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Big Data e diritti IP - Energia Media
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Big Data e diritti IP

Big Data e diritti IP

Ad oggi l’umanità ha rivelato un’incredibile capacità di generare dati. Il motore di ricerca Google processa oltre 24 petabyte di dati al giorno, pari a 1.000 volte il materiale a stampa contenuto nella Biblioteca del Congresso degli Stati Uniti; gli iscritti a Facebook cliccano “Mi piace” o lasciano un commento 3 miliardi di volte al giorno e nel 2012 Twitter annotava più di 400 milioni di “tweet”.

Tutti questi dati, più comunemente definiti “Big Data” in ragione dell’enorme volume che essi virtualmente occupano, hanno un valore economico rilevantissimo in quanto garantiscono, ai loro detentori, la possibilità di profilare gli utenti al fine di inoltrare pubblicità mirate, nonché la possibilità di rilevare correlazioni tra fenomeni diversi, riuscendo in qualche misura a prevedere, con un alto livello di probabilità statistica, l’evolversi di determinati eventi e comportamenti. Alcuni esempi consentiranno di comprendere meglio come i “Big Data” vengono utilizzati: il sito Internet “Farecast” è in grado di prevedere con una percentuale pari all’85%, se il prezzo dei biglietti aerei calerà o crescerà nel periodo successivo alla selezione. Google, grazie ai Big Data, ha svelato vere e proprie capacità predittive riuscendo a mappare, in tempo reale, la diffusione dell’influenza (il portale ha monitorato i 50 milioni di parole chiave più digitate dagli americani individuando 45 parole chiave che ricorrono nelle aree in cui il virus è diffuso).
La raccolta e la gestione di questa enorme mole di dati necessita di essere regolamentata, avendo rilevanti implicazioni sia in tema di privacy che di interessi economici sottesi al loro utilizzo.
Il quadro normativo di riferimento, per l’Italia, si può individuare nella disciplina che il nostro ordinamento ha riservato alle raccolte di dati, alle informazioni riservate e alla tutela della privacy. Vengono, quindi, in considerazione l’art. 102 bis della l. 22 aprile 1941, n. 633, relativo al diritto sulle banche dati non creative; le disposizioni di cui agli artt. 98 e 99 codice della proprietà industriale (c.p.i.) aventi ad oggetto le informazioni aziendali riservate e l’art. 2589, n.3, codice civile, in tema di concorrenza sleale. Ancora, l’art. 2, comma 9, della l. 22 aprile 1941, n. 633 che include tra le opere dell’ingegno le banche di dati dotate di un quoziente di creatività in ragione della scelta o della disposizione del materiale. Tali istituti giuridici sono stati concepiti per fenomeni distinti dai Big Data e si comprende come la loro applicazione a settori estranei a quelli per cui sono stati inizialmente pensati potrà presto svelare qualche fragilità.

Oggi, ad ogni modo, il costitutore di una banca di dati non creativa potrà opporsi, a mente dell’art. 102 bis della Legge sul diritto d’autore, all’estrazione ed al reimpiego della totalità o di una parte sostanziale della banca dati. I Big Data potranno altresì essere tutelati dalla disciplina riservata alle “informazioni segrete” se segreti (nel senso di non generalmente noti o facilmente accessibili), se dotati di valore economico in quanto segreti, e se sottoposti, da parte delle persone al cui legittimo controllo sono soggetti, a misure da ritenersi ragionevolmente adeguate a mantenerli segreti. Inoltre, merita di essere richiamata la disciplina della concorrenza sleale di cui all’art. 2598, n. 3, c.c. che dottrina e giurisprudenza ritengono applicabile ai casi di sottrazione di informazioni aziendali che, pur non essendo informazioni segrete ai sensi dell’art. 98 c.p.i., sono comunque destinate a non circolare al di fuori dell’impresa.

Da ultimo, ma non per minore importanza, rileva la tutela della privacy degli utenti i cui dati sono processati da soggetti diversi da coloro che li hanno immagazzinati e che erano autorizzati al trattamento.

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Mario Pozzi