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Dissesto idrogeologico in Italia. Dal convegno del CESI ulteriori spunti di riflessione - Energia Media
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Dissesto idrogeologico in Italia. Dal convegno del CESI ulteriori spunti di riflessione

Dissesto idrogeologico in Italia. Dal convegno del CESI ulteriori spunti di riflessione

In Italia, negli ultimi 70 anni, frane e inondazioni sono state la causa di migliaia di vittime e di una serie di danni, pari a 61,5 miliardi di euro.

Il convegno organizzato da CESI dal titolo “Emergenza idrogeologica in Italia: le migliori pratiche di prevenzione” ha riportato in primo piano l’esigenza di risposte concrete a una condizione drammatica che – oltre l’urgenza – deve essere affrontata con soluzioni durature ed efficaci. Per continuare il dibattito, approfondiamo l’argomento riportando alcuni abstract degli interventi più significativi.

Michele AdilettaDirettore Centrale Esercizio e Coordinamento del Territorio Anas

ll “dissesto idrogeologico” è da considerare tra i problemi più pressanti che interessano l’intero territorio nazionale, anche a causa della sua conformazione orografica. I dati recenti evidenziano anche un consumo mal regolato del suolo unitamente ad un progressivo abbandono delle aree collinari e montane, che ha prodotto effetti sempre più devastanti.

In questo contesto si inserisce la presenza delle infrastrutture stradali che, proprio a causa della particolare conformità del territorio nazionale e dell’assenza di cura dello stesso, sono sottoposte ai rischi derivanti, tra l’altro, dall’impermeabilizzazione del suolo e dalle frane unitamente alle manifestazioni alluvionali che, negli ultimi anni, stanno caratterizzando il nostro paese.

ANAS gestisce 25.000 km di strade statali e autostradali che attraversano tutta l’Italia e pertanto è fortemente interessata e coinvolta da tutti i fenomeni che impattano sul territorio. Basti ricordare gli eventi che negli ultimi anni hanno interessato regioni Italiane, particolarmente sensibili, quali la Liguria, la Sardegna, la Calabria, il Piemonte, la Sicilia, la Toscana. In quelle occasioni, infatti, la rete stradale è stata sottoposta a movimenti franosi, a distacchi di materiale dai versanti che la sovrastano, ad allagamenti conseguenti ad esondazioni di corsi d’acqua o canali e al dissesto per erosione del litorale o mareggiate.

ANAS, nella sua azione sul territorio, affronta questa emergenza sin dalla fase di progettazione, attraverso opere di consolidamento e bonifica dei siti e con l’attività di sorveglianza e di manutenzione continua delle reti viarie e delle loro pertinenze.

È oltremodo rilevante la formazione del personale tecnico addetto sia alle attività di progettazione sia di gestione della infrastruttura stradale, motivo per cui ANAS ha da tempo istituzionalizzato appositi corsi di formazione con un percorso didattico dedicato alla “difesa della strada dai pericoli naturali”.

È però indubbio che la gestione di tali significative e ripetute criticità su tutto il territorio nazionale richieda la partecipazione attiva di tutti i soggetti, pubblici e privati, interessati sia nella gestione del territorio sia nella gestione dei fenomeni ad esso collegati.

Massimo Gargano, Direttore Generale ANBI

L’attività di bonifica da sempre continua ad adeguarsi alle attuali esigenze del territorio: variazioni climatiche, crisi energetica, abbandono agricolo delle zone collinari, cementificazione delle pianure e delle coste. La pressione insostenibile sulle risorse acqua, territorio e ambiente genera però fragilità idrogeologica e riduzione di disponibilità idrica.

L’adeguamento delle opere di bonifica idraulica, è condizione fondamentale per la salvaguardia ambientale e per assicurare, la possibilità di avere un territorio vivibile ove la popolazione possa vivere, lavorare, muoversi ed esercitare le proprie attività, un territorio peraltro che costituisce una importante meta turistica per le sue bellezze artistiche e ambientali.

La efficienza della rete di bonifica, infatti, conferisce sicurezza idraulica agli insediamenti civili, alle città e ad altri impianti industriali e commerciali nei comprensori di bonifica (basti ricordare l’Agro Pontino e vaste zone della Pianura Padana della Lombardia e del Veneto, gli aeroporti di Fiumicino e di Venezia, la ferrovia Roma-Napoli, l’autostrada Firenze-Roma).

Assume sempre più importanza il ruolo, moderno, permanente ed insostituibile, dei Consorzi di bonifica, che, attraverso una capillare presenza sul territorio, contribuiscono a garantire la difesa del territorio e la tutela dell’ambiente.

I Consorzi, enti pubblici di autogoverno ed autofinanziamento, si sono “aperti” ed attrezzati per rispondere a questa nuova fase sociale ed economica. Il moderno esempio di “governance” mista tra pubblico e privato consente a tali enti di recepire in maniera ottimale i principi di sussidiarietà orizzontale e verticale.

I Consorzi inoltre hanno dato risposta tempestiva a quelle esigenze di riordino territoriale e conseguenti fusioni da tempo invocate per più settori e non ancora realizzato.

Essi, oltre alle attività istituzionali di difesa del territorio ed utilizzo delle acque per uso agricolo, si occupano anche di produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili, razionalizzazione ed innovazione degli utilizzi irrigui (Irriframe), reperimento di fonti idriche alternative (utilizzazione irrigua di acque reflue depurate, utilizzo delle cave dismesse), attività ambientali, quali pozzi bevitori per la ricarica delle falde, fasce tampone per ridurre l’apporto di inquinanti nelle acque, collaborazione istituzionale con gli altri enti territoriali: Regioni, Comuni, Autorità di bacino, Protezione Civile.

Bernardo De Bernardinis, Presidente ISPRA


La conoscenza del territorio è uno strumento fondamentale per la prevenzione, la pianificazione e la programmazione delle misure di mitigazione del rischio idrogeologico. L’ISPRA raccoglie ed elabora i dati sul dissesto idrogeologico, produce indicatori e servizi sul territorio nazionale.

Frane: L’ISPRA realizza insieme alle Regioni e Province Autonome l’Inventario dei Fenomeni Franosi in Italia (Progetto IFFI). Le frane sono complessivamente 499.511 e interessano un’area di 21.182 km2, pari al 7% del territorio nazionale. L’Inventario è la banca dati sulle frane più completa e di dettaglio esistente in Italia, per il dettaglio della cartografia delle frane a scala 1:10.000 ed il numero di parametri ad esse associati. L’adozione di una metodologia standardizzata di lavoro ha permesso di ottenere dati omogenei e confrontabili a scala nazionale. Archiviare le informazioni sui fenomeni franosi è un’attività strategica tenuto conto che gran parte delle frane si riattivano nel tempo, anche dopo lunghi periodi di quiescenza di durata pluriennale o plurisecolare. Dal 2005 l’ISPRA pubblica il servizio di cartografia online del Progetto IFFI che consente la consultazione delle frane e la visualizzazione di foto, documenti e filmati (http://www.progettoiffi.isprambiente.it). Tale attività di diffusione delle informazioni concorre ad aumentare la consapevolezza e l’informazione del cittadino sul rischio idrogeologico del proprio territorio.

Alluvioni: ISPRA fornisce supporto al Ministero dell’Ambiente – MATTM per l’attuazione della Direttiva Alluvioni 2007/60/CE. Ha realizzato, nel dicembre 2014, la mosaicatura delle aree a pericolosità idraulica elevata (P3) con tempo di ritorno fra 20 e 50 anni (alluvioni frequenti), a pericolosità media (P2) con tempi di ritorno fra 100 e 200 anni (alluvioni poco frequenti) e a pericolosità P1 (scarsa probabilità di alluvioni o scenari di eventi estremi), redatte dalle Autorità di Bacino, Regioni e Province Autonome ai sensi del D. Lgs. 49/2010. La superficie delle aree a pericolosità idraulica elevata (P3) in Italia è pari a 12.186 km2 (4% del territorio nazionale). La superficie delle aree a pericolosità media (P2) è di 24.358 km2, pari all’8,1% del territorio nazionale. La superficie delle aree a pericolosità bassa (P1) è pari a 31.494 km2 (10,4% del territorio nazionale).

Indicatori di rischio: L’ISPRA produce indicatori di rischio sulla popolazione esposta ad alluvioni e a frane sul territorio nazionale, sui beni culturali a rischio e sui punti di criticità lungo le infrastrutture lineari di comunicazione (Annuario dei Dati Ambientali, ISPRA). La popolazione esposta ad alluvioni in Italia è pari a 5.842.751 abitanti nello scenario di pericolosità media P2 (tempo di ritorno fra 100 e 200 anni). La popolazione esposta a fenomeni franosi in Italia ammonta a 1.001.174 abitanti.

Monitoraggio dell’attuazione degli interventi: L’ISPRA svolge, per conto del Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare, l’attività di monitoraggio dell’attuazione degli interventi di difesa del Suolo e ha implementato il Repertorio Nazionale degli interventi per la Difesa del Suolo – ReNDiS (http://www.rendis.isprambiente.it). Il Repertorio contiene le informazioni (es. stato di attuazione, tipo di opere, tipo di dissesto) su 4.808 interventi di difesa del suolo finanziati dal MATTM per 4,49 miliardi di euro. 1.618 dei suddetti interventi sono relativi agli Accordi di Programma (AdP) 2010-2011 cofinanziati dalle Regioni e Province Autonome.

Monitoraggio delle trasformazioni del territorio: ISPRA ha definito e realizzato negli ultimi anni, in collaborazione con il Sistema Agenziale (ARPA/APPA), un sistema di monitoraggio e di valutazione del consumo del suolo che ha prodotto dati e indicatori relativi agli anni dal secondo dopoguerra agli anni più recenti, sulla base di fotointerpretazione e lettura di cartografie e di ortofoto digitali. La valutazione si basa su una rete di monitoraggio di livello nazionale e su specifiche reti estese a livello regionale e sui principali comuni. La serie storica dei dati mostra che si è passati dal 2,9% di suolo complessivamente consumato negli anni ‘50 al 7,3% nel 2012. In altre parole, sono stati consumati, in media, più di 7 metri quadrati al secondo per oltre 50 anni.

Oltre alle attività istituzionali sopra descritte, un inquadramento e possibili sviluppi futuri sono deducibili dall’allegata presentazione resa a Bologna il 13 marzo u.s.

Giovanni Milani, AD Syndial

Syndial è la società del gruppo eni nata per la gestione delle attività non più economicamente sostenibili di Enichem ed ha quindi ereditato nel 2002 circa 5.000 ettari di territorio Italiano, in 12 diverse Regioni, con importanti storie industriali alle spalle ed enormi problemi ambientali. Lo scopo era di restituire a nuovi riutilizzi, per lo più industriali, queste aree provvedendone alla bonifica e quindi il riutilizzo di una parte importante di territorio già antropizzato, evitando un ulteriore utilizzo di territorio vergine. Oltre a ciò, i progetti di bonifica vengono spesso integrati con opere di valorizzazione e riqualificazione del territorio (protezioni spondali, energie rinnovabili, recupero paesaggistico…) la cui priorità ed efficacia viene valutata con metodi scientifici.  Tali propositi, tuttavia, in molti casi si sono scontrati con la mancanza di progettualità e di piani di sviluppo del territorio e degli Enti Locali, che spesso valorizzano le bonifiche esclusivamente in termini di costo e non di opportunità per lo sviluppo e il recupero del territorio.

Ciò non di meno si possono evidenziare casi di successo quali il riutilizzo in chiave turistica dei siti minerari della Toscana, che a valle di un sofferto accordo vede ora le Istituzioni collaborare per il riutilizzo di parte delle infrastrutture e il recupero del paesaggio “minerario” attraverso la realizzazione di bonifiche integrate con  progetti di recupero  ben definiti che quindi consentono a tutti di valutarne efficacia e ritorni. Altro esempio importante Pieve Vergonte, dove in collaborazione con le Istituzioni si sta avviando un importante opera di bonifica del sito, con numerosi interventi di ripristino del territorio alle condizioni ex ante l’insediamento industriale (spostamento dell’alveo del torrente Marmazza, rispristini spondali) e con un innovativo studio,  dell’intero percorso del Toce a valle dello stabilimento e del Lago Maggiore e dei suoi sedimenti, in collaborazioni con eccellenze scientifiche del settore (Staford University e Politecnico Torino)

In sintesi, è necessario proporre:

  • – Strategie di bonifica volte al riutilizzo delle aree con coinvolgimento di investitori interessati e del territorio
  • – Strumenti urbanistici che definiscano ed integrino gli utilizzi delle aree e gli obiettivi di bonifica richiesti.
  • – Valutazione della sostenibilità degli interventi.
  • – Normativa che favorisca la sperimentazione in campo e l’utilizzo di tecnologie innovative.
  • – Approccio pragmatico, che metta a fuoco gli obiettivi  e definisca tempi/costi.

Paola Firmi, Rete Ferroviaria Italiana S.p.A. Direzione Tecnica Standard Infrastruttura Civile e Sperimentali

RFI, dissesto idrogeologico: nel 2015 programmati circa 430 interventi per messa in sicurezza aree vicino ai  binari:

  • – investimento complessivo oltre 145  milioni di euro
  • – nel 2014 in soli due mesi  avviati circa 250 interventi, per circa 80 milioni di euro
  • – negli ultimi anni incrementati fenomeni di dissesto idrogeologico

Sono circa 430, nel 2015, gli interventi programmati da Rete Ferroviaria Italiana per la messa in sicurezza delle aree, prossime ai binari, interessate da dissesto idrogeologico.

L’investimento complessivo è di oltre 145 milioni di euro. Le regioni particolarmente interessate dalle azioni di messa in sicurezza sono Piemonte (76 interventi), Campania (72 interventi) e Liguria (50 interventi).

RFI è impegnata in prima linea nella prevenzione del dissesto idrogeologico nelle zone e aree che interferiscono con i binari e per garantire gli standard di sicurezza (safety) della rete ferroviaria. A causa dell’incremento, registrato negli ultimi anni, dell’entità e della frequenza dei fenomeni di dissesto idrogeologico, Rete Ferroviaria Italiana ha definito, nel 2014, un Piano di interventi di gestione/mitigazione, stabilendo le priorità attraverso analisi di rischio che tengono conto sia della valenza del fenomeno e della sua velocità di evoluzione sia dell’entità del danno, stimato in relazione alle attività ferroviarie. Lo scorso anno sono stati complessivamente finanziati 380 gli interventi per un importo di circa 115 milioni di euro.

Grazie al costante monitoraggio dei punti sensibili, RFI è inoltre organizzata per intervenire tempestivamente ed efficacemente nel caso di eventi calamitosi. Sono circa 3.400 i punti della rete ferroviaria nel tempo interessati da eventi di questo tipo. Circa 6.250 chilometri di linee sono, invece, compresi nelle aree censite dalle Autorità di Bacino e dall’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA).

Parallelamente, in tutte le sedi territoriali sono in essere procedure per la vigilanza straordinaria dei punti dell’infrastruttura ferroviaria interessati da eventi meteorologici particolarmente intensi e da criticità idrogeologiche o idrauliche segnalate dalla Protezione Civile. Inoltre Rete Ferroviaria Italiana utilizza un sistema di allerta meteo e di previsioni meteorologiche dedicato, per controllare costantemente gli effetti degli eventi atmosferici sull’intera rete.

La prevenzione del dissesto e la protezione delle linee ferroviarie utilizzano anche la ricerca e la sperimentazione di nuove tecnologie in collaborazione con i principali Centri di ricerca nazionali, considerata la complessità tecnica della gestione del fenomeno e la vastità delle aree coinvolte, spesso non di proprietà RFI.

Immacolata Postiglione, Dipartimento della protezione civile

Il futuro del Paese dipende dalla nostra capacità oggi di far crescere tra i cittadini la consapevolezza dei rischi e di diffondere una nuova cultura della sicurezza e della protezione civile. Purtroppo anche lo straordinario sforzo di accelerare la realizzazione degli interventi strutturali di prevenzione non consentirà mai di azzerare il rischio e non potrà, a breve termine, ridurlo in maniera consistente se in parallelo non si investirà, da subito, sulle nostre comunità. La differenza in questa complicata partita la fanno i cittadini e il ruolo che decideranno di giocare. Spettatori, cronisti, arbitri? Se sceglieranno questa strada, la partita sarà irrimediabilmente persa e finiremo tutti travolti. Se invece saranno pronti ad indossare calzoncini e scarpette e a sporcarsi la maglia, se avranno voglia di imparare gli schemi, di allenarsi, di fare squadra una volta in campo, la partita ce la giocheremo con buona probabilità di portare a casa una vittoria.

Ma le istituzioni sono nelle condizioni di chiedere ai cittadini di giocare al proprio fianco? Sì, ma a delle condizioni. Che siano chiari i ruoli e le responsabilità di ciascuno. Coinvolgere i cittadini non può voler dire che le istituzioni si sottraggono ai propri compiti. Ognuno faccia il suo, da subito, mettendo da parte gli slogan buoni per tutto e per tutti e che lasciano solo l’amara domanda in bocca, irrimediabilmente destinata a rimanere senza risposta: “ma questo a chi tocca?”.

Che ci prendiamo il compito di accompagnare per mano i nostri cittadini e i sindaci che li rappresentano, trovando strumenti e linguaggi nuovi. Non servono campagne di comunicazione di massa, che piovono dall’alto, indirizzate a gente senza volto, a persone indistinte. Occorre coinvolgere le singole comunità, andando ad incontrarle una per una, spiegando a ciascuna perché è importante parlare di rischio proprio lì, in quello specifico territorio, dove magari è già successo che il rischio sia diventato “calamità”, anche se non ne abbiamo memoria, e succederà ancora. Ed è proprio lì che c’è bisogno di fare scelte diverse per il futuro e di prepararsi alla prossima emergenza.

Che le istituzioni per prime siamo capaci di fare squadra, di far sentire che giocano per un obiettivo comune e che non c’è in campo il fuoriclasse e la riserva e, fuori dal campo, la corsa per chi arriva prima sotto i riflettori.

Che sappiamo conquistarci la fiducia dei cittadini, nostri compagni di squadra, giocando con lealtà e trasparenza, dimostrando in ogni momento che stiamo facendo del nostro meglio, anzi che stiamo andando oltre le nostre stesse possibilità e di questo ci sentiamo responsabili.

Che ci mettiamo in testa che è un percorso lungo e faticoso, che per cambiare la cultura servono tempo e pazienza, che non possiamo scoraggiarci dopo un paio di partite andate storte. Dobbiamo traguardare al campionato del prossimo anno e a quello dell’anno dopo ancora, sapendo che seminiamo oggi per raccogliere domani e non fa nulla se non saremo noi a raccontare la fine della storia.

Che si faccia un patto tra istituzioni, enti, associazioni, organi di informazione, cittadini affinché si sappia tutti che non si può entrare ed uscire dal campo quando si vuole, che non ci si può chiamare fuori se la partita gira male, che non si possono cambiare le regole del gioco in corsa se non ci piacciono più.

Che si sia tutti convinti che non c’è un’altra strada e che il futuro della sicurezza dell’Italia è soprattutto nelle mani degli italiani. E si fonda sulla consapevolezza dei rischi, ossia sulla capacità di vedere i pericoli che ci circondano, di comprendere le vulnerabilità dei territori in cui viviamo, di adottare da subito le dovute contromisure. Ma anche sull’impegno a trasformare questa consapevolezza in scelte diverse per il nostro domani, scelte che da cittadini non possiamo delegare ad altri perché spettano a ciascuno di noi. E basta davvero poco: non costruire nel letto di un fiume, preferire all’acquisto di una cucina nuova un intervento per migliorare la resistenza ai terremoti della propria casa, votare un sindaco che ha nel proprio programma politico la salvaguardia dell’ambiente e la protezione civile, dedicare un po’ del proprio tempo a fare volontariato a servizio della propria comunità e del proprio Paese.

 

2 aprile 2015

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