Top
Fukushima, tre anni dopo: che farà il Giappone? - Energia Media
fade
3494
post-template-default,single,single-post,postid-3494,single-format-standard,eltd-core-1.0,,eltd-smooth-page-transitions,ajax,eltd-blog-installed,page-template-blog-standard,eltd-header-standard,eltd-fixed-on-scroll,eltd-default-mobile-header,eltd-sticky-up-mobile-header,eltd-dropdown-default,wpb-js-composer js-comp-ver-4.12,vc_responsive

Fukushima, tre anni dopo: che farà il Giappone?

Fukushima, tre anni dopo: che farà il Giappone?

Tre anni dopo la fusione di tre reattori presso la centrale nucleare di Fukushima il Giappone deve ancora decidere che cosa vuole fare.

Abbandonata la strategia pre-incidente, che puntava a portare la quota del nucleare, nel mix delle fonti elettriche, al cinquanta per cento (50%) della produzione entro il 2020 (rispetto al 26% del 2010), fermata completamente la produzione delle centrali esistenti, fatto il punto della situazione su quello che sembra essere stato il più grave incidente mai verificatosi al mondo (in ballottaggio con Chernobyl), calata una cortina di silenzio, per quanto possibile, su quanto sia effettivamente accaduto e su quanto stia tuttora accadendo in loco (la diffusione di sostanze radioattive nell’ambiente sembra essere tuttora in corso, visto che si continua a utilizzare acqua per il raffreddamento dei reattori e si ammette di non sapere dove metterla), il governo e il parlamento giapponese si apprestano a varare una nuova strategia energetica, che su un solo punto non lascia spazio al dubbio: essa, infatti, non prevede la rinuncia alle centrali nucleari.

Nuovi protocolli di sicurezza sono stati approntati e le centrali esistenti che risulteranno ad essi conformi rientreranno in produzione. Altre centrali saranno costruite anche se, di certo, non al ritmo che si prevedeva nel 2010. Questo ritmo dovrebbe dipendere, anzitutto, sia dal costo delle altre fonti (fossili e rinnovabili) e sia da quante centrali esistenti verranno definitivamente dismesse, risultando non conformi ai nuovi standard.

Ma, naturalmente, l’eventuale rilancio del nucleare giapponese dipende anche dall’andamento generale dell’economia (la domanda elettrica risulta ferma a 1.000 TWh da un decennio), inclusa peraltro la variabile mutamento climatico e l’eventuale costo futuro delle emissioni di anidride carbonica (la principale fonte di ispirazione, almeno dal punto di vista della comunicazione esplicita, dell’ambizioso piano energetico del 2010 di cui sopra); e dovrebbe dipendere dal processo di liberalizzazione del settore programmato per i prossimi anni in Giappone; e, non da ultimo, da quale soluzione troveranno quei problemi che, solo con un certo grado di eufemismo si possono definire “tecnici”, e che il disastro di Fukushima ha evidenziato.

A partire dal destino dei sopravvissuti fino agli effetti a lungo termine, diretti e indiretti, delle radiazioni emesse su popolazioni varie (dai sopravvissuti anche molto distanti, in termini di spazio o di tempo), la lista delle incognite si allunga di parecchio prima di poter apparire, in qualche modo, minimamente esaustiva. Non sembra ancora affatto chiaro, ad esempio, cosa si debba o si possa fare delle tonnellate di acqua radioattiva, o dei resti di combustibile, anche una volta spento.

Devono essere valutati gli aumenti di costo dell’energia elettrica conseguenti allo spegnimento delle centrali nucleari, all’impennata delle importazioni di gas naturale liquefatto, petrolio e carbone, e allo sviluppo dell’efficienza energetica e delle fonti rinnovabili. D’altra parte, devono anche essere valutati gli aumenti di costo del kWh dovuti all’aumento dei costi del nucleare stesso, sia in termini di danni direttamente causati dal disastro di Fukushima, sia nei termini delle nuove misure di sicurezza che risulta a questo punto necessario adottare, per poter parlare di un “nucleare pulito e sicuro”.

Esiste, quindi, e trae motivo di esistere dal come si evolvono sia la situazione che la sua percezione da parte degli osservatori e del pubblico in genere, anche un fronte politico esplicitamente contrario alla riapertura delle centrali nucleari in Giappone – e la posizione dei futuri governi potrebbe essere diametralmente opposta rispetto a quella del governo Abe attualmente in carica. Come lo era, del resto, quella del governo Noda quando, nel non lontano settembre del 2012, fissava la data per la fuoriuscita dal nucleare al 2030.

31 marzo 2014

Print Friendly, PDF & Email
Diego Gavagnin

Consulente free lance per attività di comunicazione e sviluppo di progetti energetici. Dal 2013 tiene la rubrica di commento “Oltreilconfine”