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Anche il petrolio impara a volare. Finalmente - Energia Media
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Anche il petrolio impara a volare. Finalmente

Anche il petrolio impara a volare. Finalmente

Mercati petroliferi più che mai agitati. Preoccupazioni di produttori e trader, oltre che degli analisti che si occupano delle prospettive sia industriali che finanziarie del settore a causa della volatilità dei prezzi dell’oil. Soddisfazione invece per chi ha sempre giudicato quello petrolifero un mercato piuttosto strano, dominato dall’offerta e distorto dal cartello dei produttori arabi che la allargavano o restringevano a piacere le quantità. L’OPEC ma non solo.

Ma soddisfazione anche dei raffinatori, quelli svegli e flessibili, che della volatilità approfittano per variare provenienze, modificare tecnologie e prodotti da mettere in offerta. Un settore, quello della raffinazione, che finalmente impara ad orientarsi sul mercato anziché sul prodotto. Il drammatico crollo della domanda dovuto alla crisi, non sta passando invano. Così anche nell’offshore. Prima la crisi nei Paesi industrializzati, adesso il rallentamento cinese stanno equilibrando domanda ed offerta. Ora siamo in una fase di assestamento, in cui prevale la domanda. Ma .… “é il mercato bellezza!”.

Certo ci sono errori, incertezze, esagerazioni ed episodi speculativi, ma tutto questo è semplicemente fisiologico in un mercato che davvero si apre dopo 50 anni di camicia di forza. I vecchi paradigmi non funzionano più. Quando lo scorso anno l’Arabia Saudita portò l’OPEC allo scontro con la produzione americana, in espansione grazie alle nuove tecnologie della fatturazione idraulica e della perforazione orizzontale (che fa tornare giovani anche i giacimenti vecchi e creduti esauriti), avevamo parlato di inizio di una partita a poker.

Beh, come ha scritto il Wall Street Journal qualche giorno fa: “ha vinto il Texas”*. Lo Stato simbolo delle produzioni petrolifere indipendenti, non regolabili dall’alto; migliaia di produttori piccoli, medi e grandi ai quali nessuno può neanche permettersi di suggerire di ridurre la produzione o aumentarla a comando, come si fa invece dove le società sono statali o controllate agli Stati, incluse parecchie di quelle occidentali.

Tanto per dire, all’Eni 12 anni fa fu “ordinato” (da Berlusconi e Prodi) di produrre meno e di comprare dai russi e da Gheddafi; guarda caso, liberata da questo obbligo, la società ha ricominciato a trovare giacimenti, a produrre e a vendere. Ma su questo tornerò in altra occasione.

Di fronte alla pressione al ribasso dei prezzi indotto dalla nuova produzione americana, i sauditi hanno scommesso di poter reggere una discesa più decisa dei prezzi fino al punto di buttare fuori mercato, almeno per parecchi anni, i nuovi produttori USA.

Così l’OPEC ha interrotto la politica dei tagli produttivi – che comunque avrebbe fatto la sola Arabia, come quasi sempre in passato – e i prezzi sono scesi, da oltre 100$ a barile di un anno fa agli attuali 50$. Più bassi ancora nel mercato USA.

Le carte da far scoprire, per vincere la partita, erano i prezzi veri, fino ad allora solo supposti, della nuova produzione americana. Si pensava fosse tra i 70-80$, prezzi sostenibili per l’Arabia e buona parte del cartello, gli altri avrebbero tirato la cinghia, sarebbero stati costretti a fare efficienza (Venezuela, Iraq, Nigeria…).

Scesi a quel livello di prezzo, si è però manifestata una resistenza americana inaspettata, una chiusura dei pozzi molto più lenta del previsto. A questo ha sicuramente contribuito l’aiuto finanziario delle banche che avevano investito nelle nuove iniziative, spinte a produrre comunque per rientrare dai debiti.

Ma nella tenuta della produzione ben più della finanza, che con la politica dei tassi USA era a disposizione di qualsiasi attività industriale, ha contato la capacità di fare efficienza, abbattere i costi di produzione e velocizzare tutte le attività. Inclusi gli stop and go: fermare le attività e riprenderle in termini di mesi, e non di anni come con i pozzi tradizionali, quelli cui sono abituati i sauditi.

Con l’accentuarsi del rallentamento dell’economia cinese, i prezzi sono scesi nelle scorse settimane a 43$ (38$ in USA, dove si riparla della soglia dei 25). Tra i nuovi produttori qualche fallimento, parecchi altri annunciati.

Il Financial Times calcola 30 miliardi di dollari in sofferenza nel settore shale oil e sicuramente ci saranno drastiche ristrutturazioni, ma non c’è stato il cataclisma che gli arabi speravano e molti analisti europei preconizzavano. Come insegna l’esperienza, dopo queste crisi si torna sul mercato più forti di prima.

Infatti la nuova produzione USA sopravvive anche intorno ai 50$, prezzo intorno al quale il mercato oscilla adesso. Ma la grande novità è che molti Stati produttori non ce la fanno più, e l’Opec sta riconsiderando la decisione di lasciar andare il prezzo. Ciò equivale ad una resa. L’idea è di tagli produttivi adeguati a portare il prezzo tra 70 e 80$, la stessa soglia che avrebbe invece dovuto spiazzare i nuovi produttori.

Si può provare, ma con che sacrificio in termini di quantità? E in che tempi ci si può arrivare? Il mercato mondiale dovrebbe prima riassorbire i più di 2 milioni di barili/giorno di surplus attuale, e per i prossimi mesi c’è l’incubo del ritorno sul mercato degli iraniani, che chiedono gli 80$ ma che non hanno nessuna intenzione di bloccare l’aumento della propria produzione post sanzioni.

Ed in ogni caso, appena il prezzo ricominciasse a salire sopra i 50$ la produzione USA ripartirebbe alla grande, riportando il trend in discesa. Nel frattempo le tecnologie di efficienza energetica proseguono l’azione di erosione dei consumi di idrocarburi, e il petrolio sente sul collo il fiato del metano, compresso o liquido che sia.

La partita è finita, anche se a dire il vero i giocatori erano seduti a due tavoli diversi: da una parte la cultura del mercato e della concorrenza, dall’altra del monopolio e dei mercati segregati. Il fatto è che se si ferma un impianto, negli USA va in crisi un imprenditore, se succede negli “Stati produttori”, vanno in malora le finanze pubbliche.

Alla fine è il mercato che si impone, inteso come un sistema dove anche il prezzo del petrolio risponde solo all’incontro tra domanda e offerta, in base a ciò che in gergo si chiamano “fondamentali”. Per i prossimi anni ci possiamo quindi aspettare altri sconquassi socio-politici, dopo quelli cui stiamo assistendo nell’area medio orientale e nord africana, considerato il peso del petrolio nell’economia di quei Paesi.

D’altro canto non ci può essere democrazia economica senza libertà. Lo stanno imparando anche i cinesi.

*Questo il titolo del WSJ che ben riassumeva l’articolo: “The Saudis Gambled and Texas Won. Energy innovators across the U.S. will always beat those who bet against capitalism.”

 

7 settembre 2015

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Diego Gavagnin

Consulente free lance per attività di comunicazione e sviluppo di progetti energetici. Dal 2013 tiene la rubrica di commento “Oltreilconfine”