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Enel distribuzione nella fibra ottica perché no, ma solo se separata da Enel produzione/vendita - Energia Media
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Enel distribuzione nella fibra ottica perché no, ma solo se separata da Enel produzione/vendita

Enel distribuzione nella fibra ottica perché no, ma solo se separata da Enel produzione/vendita

Ci risiamo. Ogni volta che emerge qualche urgenza nelle carenze infrastrutturali  del Paese tornano a galla gli errori e gli impicci fatti nelle liberalizzazioni dei servizi di pubblica utilità della fine degli anni ’90. E non c’è niente da fare la perseveranza nell’errore è incredibile.

Adesso siamo alle prese con l’ormai stucchevole (nel senso che non se ne può più di parlarne) ritardo dell’infrastruttura di telecomunicazioni e dell’internet da terzo mondo che ci troviamo. La colpa? Semplicissima, i mancati investimenti di Telecom nella rete, tollerati da una Autorità di regolazione voluta debole dal centrosinistra dirigista del 1998.

Finalmente abbiamo un leader giovane che usa internet e vive la contemporaneità delle tecnologie informatiche. Un leader che non più tardi di due anni fa predicava nella sua piattaforma politica una democrazia economica più libera e aperta, certo non statalista. Coerente con gli sviluppi della società dell’informazione.

Però è facile comprendere quanto sia forte la tentazione del dirigismo, quando ci si trova ad essere azionisti di maggioranza di metà della borsa di Milano. L’idea che con una telefonata si possa decidere una strategia industriale, che tentazione!

Intraprendenza e voglia di fare ci sta, d’accordo. Ma il problema non è la strategia, è l’obiettivo. E se l’obiettivo è una crescita economica basata sulla tecnologia nella tutela ambientale la soluzione è una sola: libertà imprenditoriale in un campo di gioco definito da regole eque ed imparziali.

Ma se l’impresa riguarda attività in monopolio? Come le reti di acqua, elettricità, gas, autostrade, TLC? Semplicissimo: basta prendere atto che non si tratta di attività in libera concorrenza, ma che sono parte del campo di gioco. Attenzione, non vuol dire pubbliche o statali, possono benissimo essere private, purché abbiano chiara la propria missione, che è l’estensione del campo di gioco, l’aumento della sua qualità.

Una proprietà che si limita a godere della rendita di monopolio della rete, che lucra sul conflitto di interesse del possesso sia della strada sia delle auto, che non assume rischi, che non mette soldi propri ma lavora solo a debito, va espropriata senza tante storie. La rete va separata e resa assolutamente terza. Il resto al miglior offerente.

Questo è quello che non si è avuto il coraggio di fare negli anni ’90, perché era lo Stato, in conflitto di interesse, che voleva lucrare nella vendita di monopoli, invece di liberalizzare davvero l’economia, come dichiarava all’epoca e anche adesso. Altroché “capitani coraggiosi”!

Stesso discorso con le società rimaste a controllo statale, come Enel e Eni e la miriade di monopoli locali del gas, dell’elettricità e dell’acqua (per non parlare del duopolio Rai-Mediaset), con i manager nominati dallo Stato azionista con la sola missione di dare dividendi, altroché investimenti e sviluppo!

Perché Telecom o la Società Autostrade avrebbero dovuto investire per la crescita del Paese se lo Stato, punto di riferimento per definizione, non lo faceva fare alle sue controllate? O i sindaci con le proprie ex Municipalizzate?

Eccezioni la storia di Terna, la rete che a tutti i costi si volle lasciare all’Enel, poi fortunosamente separata per eccesso di black out nel 2003 e Snam, separata da Eni nel 2012 da Mario Monti in un rigurgito di sovranità governativa (provocata dall’esclusione di un sottosegretario sgradito).

Eccezioni positive, perché hanno dimostrato che un altro percorso è possibile, anche se sempre nei limiti del conflitto di interesse dello Stato proprietario e regolatore. Qui la differenza l’ha fatta una Autorità forte e volitiva che è riuscita comunque a far fare gli investimenti nelle reti di elettricità e gasdotti, senza però poter intervenire sull’eccesso dei dividendi al Tesoro, extracosto pagato dai consumatori.

La rete elettrica italiana è oggi ai vertici mondiali di qualità, in grado di affrontare la sfida delle reti e delle città “intelligenti”, della convergenza tra tecnologie della trasmissione di elettricità e della trasmissione di dati, nel nuovo paradigma energetico della produzione diffusa.

Ma il nuovo paradigma aumenta il conflitto di interesse, tra cittadino produttore e dispacciatore della propria elettricità e lo Stato-Enel che non solo produce e dispaccia, ma gestisce anche la rete! è ora di separare definitivamente Enel distribuzione da Enel produzione/vendita, cosa che darebbe anche una buona boccata di ossigeno al debito di Enel holding.

Fatto questo, trova facile soluzione anche il problema del giorno: chi deve portare la fibra ottica – che vuol dire banda larga e ultralarga – fin dentro la casa degli italiani, che Telecom si rifiuta di fare.  La proposta, lasciata filtrare da Renzi, è che lo faccia l’Enel, ma nella configurazione attuale. Assolutamente inaccettabile, perché esaspererebbe la rendita monopolista aumentando il conflitto di interesse.

Una rete elettrica indipendente e terza potrebbe invece benissimo prendersi in carico l’ultimo miglio di fibra assieme al cavetto elettrico che arriva al contatore, anzi, le due reti potrebbero pure fondersi o essere comprate da Terna. Passo successivo una vera privatizzazione della nuova entità ad azionariato diffuso con precisi paletti di quantità e qualità degli azionisti.

Certo sarebbe stato meglio non aver venduto quote delle reti italiane allo Stato cinese.

 

14 maggio 2015

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Diego Gavagnin

Consulente free lance per attività di comunicazione e sviluppo di progetti energetici. Dal 2013 tiene la rubrica di commento “Oltreilconfine”