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Energia di Stato: continuità o no con il passato? - Energia Media
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Energia di Stato: continuità o no con il passato?

Energia di Stato: continuità o no con il passato?

Le contraddizioni di Renzi e le prime mosse dei nuovi manager di Eni e Enel, ma ci vorrà tempo per definire le nuove strategie. Starace il Rinnovabile e Descalzi l’Africano davanti ai nodi delle chiusure nella termoelettrica e nella raffinazione, della concorrenza tra rinnovabili e fossili e tra gas e petrolio. L’eredità di Tremonti e l’anti italianità del South Stream.

Ad aprile scorso, qualche tempo prima delle nomine nelle aziende energetiche controllate dallo Stato, il Presidente del Consiglio Matteo Renzi ci aveva aperto il cuore. Aveva detto, infatti, che l’azionista (il Governo pro tempore) prima avrebbe analizzato e deciso le strategie, e poi ci si sarebbe occupati dei nomi, perché non ci possono essere uomini per ogni stagione.

Contemporaneamente la Commissione Industria del Senato, guidata da Massimo Mucchetti, stava conducendo l’indagine conoscitiva sui risultati di queste società, facendo emergere la triste realtà di ricavi dovuti alla cessione di patrimonio (attenzione: beni di tutti gli italiani, almeno per il 30%) e maxi utili elargiti su richiesta del famelico Tesoro (“E io pago…” diceva Totò).

Campioni nazionali dai piedi di argilla, manager osannati dalla stampa – in 9 anni di interviste mai osata la “seconda domanda” – interrogati nelle Commissioni (per la prima volta, a mia memoria) come se Palazzo Madama fosse il Senato americano!

Senatori della Repubblica italiana senza il cappello in mano e con la schiena dritta! Gli stessi, ma non gli stessi, che solo pochi anni fa si sentirono dire che il Governo poteva progettare quello che voleva sulla separazione di Snam, che l’Eni non voleva: bastava invitarli a cena per assicurarsi i loro voti.

Dibattito sulle strategie e indagine conoscitiva sembravano poter andare di pari passo, e non sarebbe stato male se le Commissioni parlamentari avessero poi potuto interrogare anche i candidati. Non è successo. Peccato, speriamo per le prossime volte. Già, perché la promessa di Renzi non è stata mantenuta, e tutto si è risolto con qualche cena in Italia e Gran Bretagna, per conoscere i principali candidati (e prendere qualche “cotta”).

Questa lunga premessa per dire che per avere visibilità sulle strategie delle società energetiche (e quindi sul futuro energetico dell’Italia, perché le due cose – volenti o no, nel bene e nel male – ancora coincidono) dovremo aspettare ancora un po’. In particolare dovremo aspettare che i due nuovi amministratori delegati di Enel, Starace, e di Eni, Descalzi, prendano le prime decisioni importanti di strategia industriale e presentino i nuovi piani: non prima del prossimo anno, quelli in atto sono ancora quelli fatti dai precessori.

Il guaio è che il terremoto energetico innescato dalla crisi finanziario-economica mondiale non è che possa aspettare i tempi italiani, e quindi un minimo di analisi è doveroso tentarla, nella speranza che serva a qualche cosa.

Più semplice l’analisi sul presente e futuro dell’Enel, perché in questo caso la storia recente di Starace in Enel Green Power e il suo successo (nel mondo, non in Italia, dove era evidentemente frenato dalla termoelettrica di Enel Spa), non può non segnare il futuro dell’intera società. Quindi una utility più orientata al consumatore consapevole e alla vendita di servizi, piuttosto che alla produzione, soprattutto quella da combustibili fossili.

Insomma una Enel protesa a diventare da campione internazionale a principale operatore mondiale delle rinnovabili, dell’efficienza e dei consumi elettrici di qualità. Poi il sogno – perché no se questi sono i nuovi obiettivi? – della cessione e terzietà reale della rete di distribuzione, che potrebbe ben essere comprata da Terna (la società della trasmissione) rendendola quindi quasi indipendente (“quasi”, perché comunque resterebbe in mano allo Stato, in conflitto di interesse, visto che continua a possedere anche l’Enel).

Passaggio doloroso ma inevitabile, la chiusura di impianti per parecchi megawatt. La sfida come riqualificare e cosa far fare di produttivo a migliaia di lavoratori, almeno. Solo “Starace il Rinnovabile” può riuscirci. In ogni caso il potere di mercato dell’Enel in Italia non dovrebbe aumentare, ed anzi scendere, lasciando un po’ di spazio ai concorrenti nella speranza che sopravvivano alla crisi.

Ma l’obiettivo, nonostante i numeri drammatici dell’economia nazionale, deve restare un ritorno alla crescita del sistema elettrico. E io su questo sono ottimista, di riffa o di raffa il futuro è nei chilowattora. In una prospettiva globale di efficienza dobbiamo espandere i consumi elettrici, a scapito di quelli termici.

Più complicato ragionare dell’Eni, perché il nuovo amministratore delegato è in assoluta continuità con il predecessore Scaroni, tranne che per la minore familiarità con i palazzi romani e i media nazionali. Da quest’ultimo punto di vista ottimi i primi segnali mandati da “Descalzi l’Africano”: azzerati gli enormi budget e i vertici delle Relazioni esterne, rinuncia all’ “occupazione militare” della Stampa e del Parlamento messa in atto negli scorsi anni, che è stata un vero e proprio strappo alla democrazia in Italia.

Il nuovo AD ha l’intelligenza per capire che si è molto esagerato, e che ad alcuni il potere dei soldi aveva fatto perdere contatto con la realtà. Poi Descalzi l’Africano ha l’ambizione per voler marcare il cambiamento dal predecessore e la forza di carattere per riuscirci. In più le cose per l’Eni non possono che andare meglio: basta ricominciare a fare impresa e smettere di pensare solo alla finanza.

Così si chiuderà finalmente la criminale stagione energetica di Tremonti, con l’Eni e le altre energetiche ridotte a bancomat del Tesoro a spese dei consumatori. Tra l’altro autorizzando tutti i Comuni d’Italia a fare lo stesso con le proprie controllate (“Da Acea voglio gli utili!” È la cosa più sinistra che abbiamo sentito dire dall’elezione in poi al Sindaco di Roma Marino).

Tra l’atro l’Eni è oggi in una invidiabile posizione di maggior indipendenza dal proprio azionista formale, il Ministro dell’Economia, perché l’AD – da quel che si sa – risponde direttamente al Presidente Renzi. Questo dà molta libertà sulla formazione del bilancio, sulla scelta tra investimenti e dividendi, almeno fino al 2018, ma anche molte responsabilità.

Se l’Eni deve aiutare l’Italia a “cambiare verso” (che vuol dire, immaginiamo, favorire lo sviluppo e l’occupazione), deve abbandonare le rendite, la conservazione, e favorire l’innovazione.

Per dire, l’Eni di Stato non può chiudere le raffinerie e usare i siti – senza risanarli – come depositi costieri per carburanti raffinati in Asia e Medio Oriente, mandare a casa i lavoratori italiani per far lavorare (o meglio, lasciar sfruttare) quelli di altri Paesi. Come l’ultimo degli speculatori privati ammanicati con la politica.

L’Eni ha il dovere di investire in nuovi prodotti e processi produttivi, deve guardare al futuro e buttarcisi con convinzione. Deve pensare ai biocarburanti e ai biocombustibili, al metano in tutte le sue forme, al GTL (gas to liquids), al biometano, ai gasoli senza zolfo, per la crescita dell’Italia e dell’Europa della qualità tecnologica e ambientale. Insomma, fare quello che la Politica dovrebbe obbligare a fare con la regolazione, ma che non riesce a fare proprio per paura dell’Eni e degli altri poteri forti pubblici!

Nel resto del mondo – finché terrà la domanda – continuare sì con i combustibili tradizionali, ma puntando sempre sulla qualità ed investendo nello sfruttamento di nuovi giacimenti, non solo nella loro ricerca per poi venderli e fare cassa sempre a vantaggio del Tesoro.

Se l’Enel deve affrontare la sfida della produzione elettrica rinnovabile rispetto a quella termoelettrica, l’Eni deve affrontare la crescente sfida dell’idrocarburo gas naturale all’idrocarburo petrolio. Qui si imporrà una scelta, non solo all’Eni, ma a tutte le compagnie, perché le due filiere non potranno più convivere a lungo nelle stesse società. Il gas naturale sta penetrando rapidamente, soprattutto in Nord America e Nord Europa, nel settore d’eccellenza degli utilizzi del petrolio, il trasporto.

Il prezzo del gas scende perché i consumi si stanno stabilizzando mentre di giacimenti se ne trovano sempre di più. Ovviamente nei prossimi anni assisteremo alle variazioni di ciclo economico e di gioco tra prezzo e quantità, ma non sono all’orizzonte cartelli come è stato nel petrolio: troppo numerose e diversificate le aree di produzione.

Per questi motivi il gas è anche un “fondamentale del mercato” meno rilevante per i bilanci dei Paesi arabi e medio orientali rispetto al petrolio. Come si sa, se il petrolio scende sotto i circa 90 dollari la Russia entra in crisi, e se scende a 80 anche l’Arabia Saudita. Quindi più facile che scenda rispetto al petrolio, in un contesto concorrenziale.

Soprattutto in riferimento all’Italia la scelta per Eni è drammatica, difendere il “vecchio” petrolio o buttarsi sui nuovi utilizzi del gas naturale. L’Unione Europea ha scelto e – pur con tutti i problemi di coordinamento che conosciamo – spinge sulle alternative al petrolio, l’Italia no.

Le raffinerie italiane non vengono “riformate”, vengono chiuse. Punto. Mentre è evidente che chi per primo separerà l’oil dal gas sarà vincente, perché le nuove società potranno essere molto più efficienti perseguendo uno solo dei due business in concorrenza tra loro. All’attività di ricerca geologica e alle tecnologie in parte simili, ci penseranno le società di servizi, come peraltro in buona parte è già adesso, come è ad es. per Saipem, che lavora per chiunque sia nell’oil sia nel gas.

Comunque, separate o no le attività, bisogna pensare alle strategie gasiere. Finché la linea era quella di Tremonti, che voleva lunghi contratti con la Russia per risparmiare sugli investimenti e dare più dividendi al Tesoro, la partecipazione e l’appoggio al gasdotto russo South Stream aveva un senso, anche se, dobbiamo ribadirlo, criminale. Adesso non si capisce proprio perché si debba andare avanti con un progetto contrario agli interessi dell’Italia e dell’Europa.

Tra l’altro se il principale motivo, come viene detto, è la commessa alla Saipem, controllata dell’Eni, per la posa del tratto sottomarino nel Mar Nero, non si capisce perché la stessa Saipem sia in vendita! Il sospetto è che si voglia caricarla di commesse: per venderla meglio e ripianare il debito dell’Eni, e così continuare a dare i dividendi più alti al mondo al Tesoro? Non ci vogliamo neanche pensare.

Resta il fatto che il Piano Energetico Nazionale insiste sul ruolo dell’Italia come centro di importazione e smistamento del gas naturale verso il Centro Europa. L’arrivo dei 30 miliardi di metri cubi/anno di del South Steam a Nord della Val Padana, in questa fase di bassa domanda, ammazza definitivamente il sogno dell’Italia hub del gas naturale.

Peccato perché l’hub è il luogo dove, tra l’altro, si formano liberamente i prezzi più convenienti. Con il South Stream il prezzo del gas per l’Italia e per l’Europa continuerà ad essere deciso a Mosca, senza trasparenza e concorrenza, e con quel grado di dominanza che si verrà a creare sarà funzionale solo alle necessità di bilancio della Federazione Russa.

 

22 luglio 2014

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Diego Gavagnin

Consulente free lance per attività di comunicazione e sviluppo di progetti energetici. Dal 2013 tiene la rubrica di commento “Oltreilconfine”