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La schizofrenia europea sulla sicurezza energetica, ma la storia insegna che la soluzione è una sola, si chiama mercato - Energia Media
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La schizofrenia europea sulla sicurezza energetica, ma la storia insegna che la soluzione è una sola, si chiama mercato

La schizofrenia europea sulla sicurezza energetica, ma la storia insegna che la soluzione è una sola, si chiama mercato

Un mese fa l’obiettivo dell’Europa era fare a meno del gas russo. 15 giorni dopo, appena annunciata la (peraltro incerta) vendita del gas russo alla Cina, il problema è diventato come continuare ad avere gas dalla Russia. Curioso atteggiamento di fronte a Putin che ha l’ovvio obiettivo di vendere più gas possibile sia in Europa che in Asia.

Il quesito è sempre quello: ha più bisogno la Russia di venderci il suo gas o noi europei e italiani in particolare, di comprarglielo? Lo Stato russo si regge sui proventi della vendita degli idrocarburi, ma più ancora che per il pareggio di bilancio, questa rendita serve a supplire le inefficienze e i ritardi nei quali sguazza l’enorme burocrazia che tiene in piedi il regime di Putin.

Chissà, forse sono proprio questi tratti così simili ai nostri a renderci comunque simpatica la Russia, da noi considerata partner sempre affidabile, anche quando ci mostra il più duro degli scarponi. La loro rendita le royalties, la nostra il debito pubblico, e l’ingresso nell’euro per garantirci che altri comunque non potranno non salvarci.

Sembra una divagazione, ma serve a spiegare molto. Ad esempio l’incredibile simpatia tra Berlusconi e Putin, tra chi si rappresenta come il campione degli imprenditori e chi non nasconde di essere il campione della burocrazia. Chiave di volta, infatti, il rapporto della burocrazia con il potere, l’asservimento sleale al padrone di turno non leale all’interesse statale generale: la continuità zarista lì, la continuità del “partito unico” fascista qui.

In realtà Berlusconi, che probabilmente è anche sincero dentro di sé nel sentirsi “vero” imprenditore, ha costruito le sue fortune su concessioni statali, e Putin ha chiuso la pentola degli anni ’90 dove ribollivano gli “animal spirits” russi liberati dal dissolvimento del regime comunista.

Ecco la difficoltà a dare soluzione al quesito se interessi più a noi acquistare il gas dalla Russia o ad essa vendercelo. La soluzione in realtà c’è ed è semplicissima, si chiama mercato. È la refrattarietà alla libertà di commercio, al merito, alla concorrenza – quella vera, che prevede il fallimento per chi sbaglia, che si chiami Alitalia, o Sorgenia o Comune di Roma – ciò che spinge all’abbraccio le alte burocrazie italiane (ministri e manager statali) e russe.

Il grande accordo strategico sull’energia dei Governi berlusconiani e prodiani con la Russia degli ultimi 13 anni, per fottere i burocrati di Bruxelles che – pensate un po’ – volevano la liberalizzazione dei mercati, non ha riguardato i prezzi o la garanzia delle forniture (falso problema se si usano gasdotti), bensì l’apertura e l’accesso alle reti di trasporto del gas.

Più importante di tutto – ma anche la più grave ingerenza russa nell’indipendenza nazionale italiana – la pretesa, accolta da Tremonti, di non separare la Snam (i tubi) dall’Eni (utilizzatrice di essi, in teoria assieme ad altri). Non a caso ciò che fa più paura alla Russia è la richiesta di Bruxelles che essa apra i propri gasdotti se vuole utilizzare, per vendere il proprio gas, quelli aperti europei.

La separazione della Snam dall’Eni, avviata autonomamente dall’allora Amministratore Delegato Vittorio Mincato a inizio anni 2000, se completata in fretta, come previsto, avrebbe rafforzato tantissimo la spinta pro-mercato della UE. Soprattutto avrebbe potuto far nascere la rete indipendente europea del gas, capace di portare il gas del Nord Africa fino al centro dell’Europa, a fare concorrere con quello russo. In quel momento la Snam, con tutti i gasdotti dell’Eni era di gran lunga la principale infrastruttura gasiera d’Europa.

Anche la Germania, si può obiettare, ha tenuto in questi anni un atteggiamento nell’energia servile verso la Russia come il nostro. È vero, ma c’è una differenza fondamentale. Noi abbiamo una alternativa al gas russo, appunto quello che arriva e sempre più arriverà da Sud per andare a Nord, la Germania ha un solo grande fornitore, la Russia.

E poi l’Italia sguazza nel Mediterraneo, porta di tutti i commerci. Strategia dell’Italia doveva essere l’apertura del mercato mondiale del metano liquefatto, trasportato via nave e rigassificato. Ovviamente anche questo contrastava con la strategia del blocco monopolista Eni-Gazprom nel Sud Europa ed infatti dei 14 rigassificatori progettati in Italia 10 anni fa uno solo è in funzione (e l’unico preesistente chiuso).

L’arma letale contro il mercato del metano liquido fu il progetto congiunto Gazprom – Eni del gasdotto South Stream, destinato a inondare l’Italia di gas russo da Nord (in Austria) verso Sud sostituendosi ai gasdotti ucraini. Questo progetto ha ammazzato nella culla tutti i rigassificatori. Il South Stream è il progetto più anti italiano mai concepito ed è veramente incredibile che l’Eni, cioè lo Stato, ne sia ancora dentro.

Insomma, la storia energetica di questi anni insegna che se si vuole commerciare alla pari con i russi nell’energia bisogna dimostrare determinazione nel creare un contesto di mercato che permetta all’occorrenza di fare a meno del loro gas.

Ciò non solo è possibile, ma oggi è anche facile e in prospettiva di pochi anni pure economico, perché di gas nel mondo se ne sta trovando sempre di più in tanti Paesi diversi ed il mercato del metano trasportato via nave sta soppiantando quello via gasdotti, e il prezzo è destinato a scendere.

Foto ©AFP photo/Genya Savilov

3 giugno 2014

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Diego Gavagnin

Consulente free lance per attività di comunicazione e sviluppo di progetti energetici. Dal 2013 tiene la rubrica di commento “Oltreilconfine”