Top
La Vittoria di Pirro. - Energia Media
fade
3448
post-template-default,single,single-post,postid-3448,single-format-standard,eltd-core-1.0,,eltd-smooth-page-transitions,ajax,eltd-blog-installed,page-template-blog-standard,eltd-header-standard,eltd-fixed-on-scroll,eltd-default-mobile-header,eltd-sticky-up-mobile-header,eltd-dropdown-default,wpb-js-composer js-comp-ver-4.12,vc_responsive

La Vittoria di Pirro.

La Vittoria di Pirro.

Il mondo si interroga sulle conseguenze dello scontro tra Arabia Saudita e i produttori americani di petrolio e gas. Ci si chiede anche chi abbia vinto quella che noi abbiamo definito una partita a poker.

L’Arabia Saudita, decidendo un anno fa di lasciar andare il prezzo invece di restringere l’offerta, aveva l’obiettivo esplicito di buttare fuori mercato i produttori emergenti americani, ma anche i tradizionali efficienti resi più economici dalle nuove tecnologie, per poi riacquisire con l’Opec (cartello dei produttori statali) il ruolo di regolatore del mercato.

Con il petrolio a 120 dollari a barile, primavera 2014, i produttori USA non solo facevano un sacco di soldi, ma iniziavano ad erodere sauditi e Opec anche nelle quantità. L’idea era che gli americani avessero un costo medio intorno agli 80 dollari, e l’Arabia Saudita riteneva di averla vinta in pochi mesi scendendo sotto questa soglia.

Livello che comunque – e l’Arabia saudita ben lo sapeva – non avrebbe buttato fuori mercato solo gli americani ma anche parecchi aderenti allo stesso Opec, come l’Algeria, la Nigeria, il Venezuela, la stessa Russia (che però ha un sistema di salvaguardia fiscale che aiuta le imprese a scapito delle finanze statali ma non aiuta gli operatori ad essere più efficienti).

L’accordo in seno all’Opec era sulla previsione di una guerra di breve periodo. Non è andata così. I produttori americani hanno saputo fare efficienza abbattendo i costi e continuando ad innovare le tecnologie. Così il prezzo medio per ridurre significativamente la produzione americana si è rivelato ben più basso del previsto, assestandosi intorno ai 50 dollari.

Soprattutto, sembra che il ritorno in attività dei giacimenti innovativi, anziché richiedere anni, richieda mesi. Questo significa che ad ogni variazione del prezzo in aumento ci sono giacimenti americani pronti a tornare in produzione, aiutati dalla disponibilità finanziaria – la FED ha rinviato l’aumento dei tassi – e da pratiche commerciali sempre più strutturate per mercati di breve periodo.

Questo significa che sotto o sopra ai 50 dollari a decidere saranno i fondamentali del mercato: domanda, offerta, disponibilità di infrastrutture, distanze dai giacimenti ai punti di consumo, nuovi giacimenti, chiusura ed esaurimento di vecchi, geopolitica. Non più le esigenze di bilancio degli Stati produttori.

L’Arabia Saudita ha così raggiunto l’obiettivo di buttare fuori mercato i nuovi produttori, ma rinunciando, probabilmente per sempre, al ruolo di regolatore del mercato globale. Alla possibilità di alzare i ricavi da petrolio per mantenere il proprio welfare interno.

In più ha distrutto l’Opec, a meno di non voler finanziare lei direttamente con il proprio fondo sovrano gli associati per la produzione che non riescono e riusciranno più a vendere nei prossimi mesi e anni. Associati che non solo devono scendere sotto 50 dollari come costi di produzione, ma da qui devono anche ricavare i fondi per gestire lo Stato e garantirsi il potere.

Ci potranno ovviamente essere degli spike in alto e basso, determinati da situazioni contingenti, e nel breve periodo dalla necessità di eliminare le scorte, ma non dovrebbero cambiare significativamente il trend attuale di prezzo. La stessa Opec adesso prevede (spera?) il ritorno a 80 dollari nel 2020 – ieri 17 settembre il prezzo del paniere Opec era 45 dollari – mentre Goldman parla di 50 dollari per almeno 15 anni.

Naturalmente in questa situazione si stanno bloccando gli investimenti in nuovi giacimenti, e quindi ci si attende l’inversione del ciclo, ma in che tempi? Quanti anni? Anche se il basso prezzo ne favorisce l’uso, ma questa estate abbiamo visto un effetto molto ridotto di aumento dei consumi automobilistici, sarà in grado il petrolio di averla vinta sui timori – ormai di massa – del cambiamento climatico?

Che successo avranno le politiche di efficienza energetica che stanno riducendo i consumi energetici mondiali? E quelle ambientali con la sostituzione del petrolio con il gas naturale nei trasporti di lungo raggio marittimi e terrestri? Le iniziative di Obama e quelle della Cina? E la penetrazione elettrica nei trasporti automobilistici?

Tra l’altro il petrolio e il gas da scisto, dopo dieci anni di sviluppo, richiedono adesso meno investimenti in ricerca e sviluppo, e sono in questo avvantaggiati – ma non solo in USA, anche in Cina ed Europa – rispetto ai giacimenti tradizionali ad alta profondità e in aree remote. In più le nuove tecnologie, soprattutto la perforazione orizzontale, permettono di rendere ancora produttivi giacimenti ritenuti esauriti.

Petrolio intorno a 50 dollari anziché 80-100, rinuncia ad essere il king maker del mercato, politiche di prezzo comunque dipendenti dai costi dei produttori USA, azzeramento del ruolo storico dell’Opec anche come organizzazione politica, problemi anche in casa per il mantenimento dello stato sociale che garantisce la sopravvivenza della monarchia.

Poi le spese militari, proprio quando Riad deve intervenire direttamente, come in Yemen, mentre gli USA si ritirano dall’area e le guerre civili si moltiplicano. Una vittoria di Pirro, sembra l’unico commento possibile.

 

18 settembre 2015

Print Friendly, PDF & Email
Diego Gavagnin

Consulente free lance per attività di comunicazione e sviluppo di progetti energetici. Dal 2013 tiene la rubrica di commento “Oltreilconfine”