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L’ultimo ciclo - Energia Media
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L’ultimo ciclo

L’ultimo ciclo

L’abbondanza di petrolio e gas tiene bassi i prezzi ma c’è ancora posto per entrambi? Curiosità sulle scelte delle oil and gas company.

Più passano i giorni con il petrolio Opec che balla sui 50 dollari al barile e più mi convinco che niente sarà più come prima. Balla intorno ai 50 con quello americano sotto di circa 5 e quello europeo sopra di altrettanti 5, in attesa di scendere a 25 con gli altri al seguito.

Sarà quello il punto vero di caduta e la mano di poker sarà saldamente in mano, attenzione, non all’Arabia Saudita, ma al mercato. Da quel momento in poi sarà solo l’incrocio tra domanda e offerta a determinare eventuali aumenti. Oggi il mercato sconta ancora vecchie abitudini e qualche avventuriero di troppo.

Tra le vecchie abitudini che presto dovranno cadere c’è il blocco Usa alle esportazioni, che non ha motivo di essere nel momento in cui l’Opec non riesce più a fare cartello. In questa situazione la stessa sicurezza energetica degli Usa è meglio garantita dal libero mercato.

Se gli Stati Uniti cominciano a esportare vuol dire che sono in surplus, se tornano ad importare significa che le loro riserve sono preservate, in ogni caso il prezzo resterà basso! Ormai il mercato è fatto dalla domanda.

In un precedente commento avevo provato a descrivere lo scontro sui prezzi avviato da Riad la scorsa estate come una partita a poker, per vedere chi si sarebbe alzato prima dal tavolo: cioè che avrebbe iniziato a chiudere i pozzi non più economici.

Sembra stia vincendo l’Arabia, che dimostra costi di estrazione più bassi anche se la resistenza dei giacimenti tradizionali Usa, resi più efficienti da alcune delle nuove tecnologie mutuate dall’estrazione dello shale, ha mostrato una forza inattesa. Per questo il prezzo è destinato a scendere ancora.

Quanto accaduto negli scorsi mesi ha anche dimostrato che, pure qui contrariamente ad alcune previsioni e paure, gli investimenti in nuova capacità di liquefazione e rigassificazione del gas naturale sono stati sostanzialmente confermati. Pochi impianti sono stati sospesi, ma erano già economicamente al limite della convenienza anche con il petrolio sopra i 100 dollari.

Al contrario numerosi giacimenti di petrolio hanno interrotto l’estrazione e questo aumenta la prospettiva di vedere nei prossimi anni sempre più concorrenza tra oil e gas in tutti gli usi.

Si, non solo per l’industria, l’elettricità, il riscaldamento e il raffreddamento, ma anche nei trasporti leggeri con il gas compresso e nei pesanti con l’uso diretto del GNL. Senza considerare poi la prospettiva del gas-to-liquid e la chimica.

Tra i due litiganti a vincere alla lunga (neanche tanto, non più di 50 anni) saranno le fonti rinnovabili ma tra il petrolio oil e il gas chi durerà di più? E per quanto? Certamente durerà di più il gas, per un motivo molto semplice, inquina meno. Inoltre il suo uso è più flessibile, si accende e spegne molto rapidamente.

Nei prossimi anni, dominati dalla domanda, i prezzi di petrolio e gas saranno equivalenti in termini energetici: prevarrà quindi la regolazione ambientale, e vedremo cosa sarà deciso il prossimo dicembre a Parigi per capire la durata della transizione.

Insomma, questo per il petrolio sembra proprio l’ultimo ciclo. Certamente tra qualche anno la riduzione degli investimenti per la ricerca di nuovi giacimenti porterà ad un rialzo di prezzo, ma nel frattempo l’uso del gas avrà soppiantato il petrolio in molti ambiti e così l’elettricità da fonte rinnovabile (il tutto condito dall’efficienza energetica spinta dalle nuove frontiere dell’ICT).

La nuova possibile produzione non riuscirà ad arrivare sul mercato, e quindi a recuperare un po’ di prezzo, semplicemente perché non ci sarà più mercato per il petrolio, mancherà la domanda.

Nel frattempo, a partire dal 2016, sarà arrivato sul mercato tutto il metano liquido degli impianti di liquefazione in costruzione in USA, Canada, Australia, Mozambico, Malesia, etc.

Il crollo del prezzo del petrolio non ha fermato gli investimenti (e gli incentivi) alle fonti rinnovabili, e le grandi utility elettriche, come l’Enel e la Eon, marciano urgentemente in quella direzione, con l’incubo di trovarsi la strada occupata da Google.

La curiosità adesso riguarda il comportamento delle grandi oil and gas company che si troveranno a dover decidere, presto, in quale dei due settori investire prioritariamente e come gestire le contraddizioni della concorrenza in casa propria tra le due commodity.

Chiaramente l’ingegneria dell’esplorazione e produzione – in gran parte sovrapponibile tra i due settori – sarà sempre più scorporata, come ad esempio sta facendo l’Eni con la Saipem, ma il problema si porrà anche per tutto il resto, marketing, commercializzazione e usi finali.

In Italia stiamo già vivendo queste problematiche. Gli sforzi per tenere in vita la raffinazione stanno penalizzando gravemente il settore del gas naturale, come è sotto gli occhi di chiunque voglia vedere.

Pur vantando una storia da pionieri negli usi civili, industriali e trasportistici del metano siamo ormai un fanalino di coda tra i Paesi con i quali ci confrontiamo, e dobbiamo elemosinare il metano liquido dalla Spagna per far andare i camion o alimentare le imprese della Sardegna, dove per decenni non siamo stati capaci di portarlo.

Fino a pochi anni fa quando si cercava il petrolio e si trovava il gas lo si considerava una sconfitta. Si chiudeva tutto in fretta perché le borse non se ne accorgessero; presto succederà il contrario.

 

23 marzo 2015

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Diego Gavagnin

Consulente free lance per attività di comunicazione e sviluppo di progetti energetici. Dal 2013 tiene la rubrica di commento “Oltreilconfine”