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Partita a poker - Energia Media
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Partita a poker

Partita a poker

E fu così che un giorno i sauditi decisero di “andare a vedere”. Andare a vedere i costi reali di sfruttamento dei nuovi giacimenti americani di petrolio, per sapere fino a che punto i produttori locali avrebbero potuto fargli concorrenza diventando esportatori.
È chiaro che l’esportatore con il costo di produzione più basso può determinare in larga misura il prezzo globale, come ha fatto fino ad ora l’Arabia Saudita.
Concorrenza sulle quantità quindi, perché la partita sul prezzo, come evidente mese dopo mese, Riad la stava già perdendo. Nella scorsa estate le importazioni di petrolio degli Usa si sono ridotte al lumicino e stava diventando realtà, neanche immaginabile fino a meno di 4 anni fa, il passaggio all’esportazione, diretta o attraverso il Canada.
In verità a perdere la partita del prezzo non era Riad, ma l’Opec, di cui però l’Arabia Saudita è il leader. Ecco gli altri giocatori seduti al tavolo del poker: i membri del cartello e i grandi produttori non-Opec, tutte società statali. Poi gli Stati Uniti e il Canada o, meglio, i produttori privati nord americani.
In piedi, intorno al tavolo, a guardare, tanto impotenti quanto interessate, le ex “sette sorelle”, con le società di ingegneria e costruzioni. Soprattutto i consumatori, industriali e famiglie. Gli automobilisti, ma quelli dei Paesi a democrazia economica, gli altri – dei Paesi Opec, per intendersi – pagano prezzi sussidiati.
Come si sa dentro e fuori al cartello ci sono Paesi che la partita – sia sul prezzo che sulle quantità – l’hanno già persa, come il Venezuela da una parte e la Russia dall’altra, perché hanno prezzi di produzione molto più alti sia dei sauditi che degli americani, e un disperato bisogno di revenue.
I russi vanno (male) per conto loro, e a meno di gravi provocazioni militari, da utilizzare a fini interni per oscurare la drammatica crisi economica nella quale il Paese sta precipitando, non possono fare niente. Agli oligarchi capita di perdere la testa, speriamo non succeda.
Diverso e un po’ oscuro invece il rapporto interno all’Opec. Fino ad ora i sauditi, di cui si dice che abbiano un costo di estrazione inferiore ai 10 dollari a barile, hanno sempre evitato di strafare ed anche nelle situazioni più difficili hanno chiuso un occhio e ci hanno rimesso di tasca propria pur di mantenere la solidarietà dell’organizzazione (come far finta di non vedere gli sforamenti delle quote produttive dei singoli Paesi).
Adesso è veramente misterioso come faccia l’Opec a reggere. È chiaro che nel momento in cui Riad apre i rubinetti gli altri del cartello non hanno nessuna possibilità di reazione; tranne una, denunciare, appunto, il cartello stesso e magari trovare aiuto su altre sponde.
Questo non sta succedendo, nonostante alcuni siano davvero sull’orlo del fallimento. Quanto costa ai sauditi questa pace interna? Cosa è stato o viene dato, cosa è stato promesso? Di qualunque cosa si tratti, quanto pesa nella partita a poker?
Anche perché, poi, il tema vero non è il costo della produzione, ma l’indispensabilità dei ricavi per tenere in piedi i bilanci e il welfare state degli Stati produttori. Se il “vedo” riguardasse il solo costo di produzione è chiaro che Riad avrebbe già vinto.
No, anche il bilancio dell’Arabia Saudita si regge sui ricavi del petrolio, e quindi quando decide di lasciar andare il prezzo, il quesito è sulla consistenza delle riserve finanziarie per poter compensare i mancati ricavi. Dall’altra parte del tavolo, tra le carte in mano ai nuovi produttori, il sostegno delle banche occidentali e dei fondi di investimento che già molto hanno investito nello sviluppo dei giacimenti.
Se ogni giorno che passa senza che i sauditi chiudano il rubinetto costituisce un “rilancio”, quanto tempo può durare la partita? Irrilevante il ruolo di stoccaggi e accaparramenti, oggi praticati più per sostenere il prezzo nel’immediato piuttosto che per speculare quando i prezzi si rialzeranno.
Perché si rialzeranno, questo è sicuro, pena la scomparsa stessa delle organizzazioni statuali del Golfo, almeno così come le conosciamo, e un ulteriore acuirsi della guerra di religione in corso in quei e tra quei Paesi.
Per questo alla fine, comunque vada, a vincere il poker saranno le economia democratiche occidentali che possono permettersi di veder fallire, sia pur con dolore e problemi, una, dieci, cento aziende petrolifere. Aziende che man mano che il prezzo risalirà torneranno a produrre e che comunque avranno avuto un effetto calmierante sui prezzi.
Ma la loro sopravvivenza o meno non avrà messo in pericolo la democrazia.
E non è detto che la partita non possa essere vinta dall’Occidente anche sulla durata. Rispetto alle analisi di uffici studi e della stampa anche solo degli scorsi settembre e ottobre, le imprese americane che iniziano a risentire del crollo del prezzo sono pochissime, dimostrando una capacità inattesa di tenuta e di flessibilità.
Anzi, molti ritengono questa crisi di prezzo salutare per i nuovi entranti nella produzione, che dopo 6 anni di bonanza imparano ad essere più efficienti, attenti alle manutenzioni e ai costi. Però è anche vero che pure Stati come l’Iran e l’Algeria, oltre a Russia e Venezuela già citati, avrebbero già dovuto dichiarare default. Molte carte sono ancora coperte.
È diffusa l’idea che comunque non si potrà andare oltre il prossimo giugno, e i future sui prezzi per quel mese registrano questa aspettativa. Nel frattempo si spera che il crollo del prezzo favorisca una ripresa significativa dei consumi. Questa speranza difficilmente si avvererà, perché l’efficienza motoristica e la tutela ambientale ormai prevalgono nelle scelte delle case automobilistiche e degli automobilisti.
E siamo solo all’inizio, il declino dell’oil è irreversibile.
Non affrontiamo qui l’impatto di questa partita sulle guerre di religione in atto nel mondo islamico, così come dell’effetto sulla “maledizione del petrolio” (usciremo da questa fase con più o meno democrazia nei Paesi produttori?).
Rileviamo però intanto – con soddisfazione – che quando l’Arabia Saudita si è trovata ad affrontare una sana concorrenza di quantità e prezzo non ha potuto che reagire con una scelta di mercato, aprendo i rubinetti, invece di chiuderli e farli chiudere ai soci dell’Opec.
Magari è solo una mano della partita, ma intanto l’ha vinta il mercato. Comunque vada a finire il commercio mondiale del petrolio ne uscirà più liquido e trasparente, residuale il ruolo dell’Opec.

19 gennaio 2015

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Diego Gavagnin

Consulente free lance per attività di comunicazione e sviluppo di progetti energetici. Dal 2013 tiene la rubrica di commento “Oltreilconfine”