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Per la sicurezza energetica servono più mercato e meno finanza

Per la sicurezza energetica servono più mercato e meno finanza

Gli insegnamenti di tre lustri di (non) politica energetica. Le irrazionalità dello Stato padrone. La vera sicurezza ha un costo, le scorciatoie ancora di più.

Sicurezza/indipendenza energetica, tutela ambientale, prezzi equi. Temi che attengono direttamente alla potestà statale, l’unica in grado di avere la necessaria visione integrata di tutte le problematiche connesse, e di poter intervenire con il “comando/controllo”, gli incentivi, gli indirizzi strategici agli operatori su mercati liberi.

Questi valori sono nell’ordine giusto? Non ho certezze, so però che la sicurezza ha un costo, di solito molto alto; certamente l’indipendenza energetica è oggi insostenibile mentre la sensibilità ambientale dei cittadini è in veloce evoluzione, ma non se ne conosce ancora il limite in termini di maggiori oneri fiscali o nelle bollette.

Oddio, il tutto rinnovabile elettrico, fotovoltaico ed eolico anche offshore, sarebbe pure possibile. Ai prezzi attuali servirebbero parecchie decine di miliardi di euro all’anno, ma anche una sostanziosa mano dal metano per i trasporti terrestri di medio e lungo raggio e marittimi.

Ciò che conta è sapere che non esistono “pasti gratis” e che una democrazia matura deve affrontare questi temi con trasparenza e poi decidere il cosa e a che prezzo: tot sicurezza, tot costi.

“In un tempo che sembra privo di memoria, ricapitolare i fatti finisce con l’essere il più concreto dei commenti” (Massimo Mucchetti, Corriere della Sera, 3 aprile 2010).

La Francia, povera di materie prime come l’Italia, reagì alla crisi petrolifera dei primi anni ’70 puntando sull’energia nucleare per raggiungere il massimo grado di indipedenza dagli idrocarburi, e la massima sicurezza militare, con l’associato programma di armamento atomico (che ha anche permesso poderosi aiuti di Stato).

La Francia raggiunse l’80% di produzione elettrica, espandendo il suo consumo anche al riscaldamento ed ai consumi di base del trasporto ferroviario e locale. Un grande sforzo, reso possibile dalla coesione nazionale, da una committenza molto volitiva – senza ledere la democrazia partecipativa – e una amministrazione pubblica efficiente.

All’epoca l’Italia aveva di fatto già abbandonato l’atomo in favore del petrolio. Un feroce scontro di potere portò in prigione Felice Ippolito, promotore con il CNEN dell’atomo nostrano. Così ebbe il via libera l’industria della raffinazione. Petrolio dal Medio Oriente che raffinato nel Sud d’Italia prendeva la via dell’America sotto forma di ottima benzina.

Sulle coste vergini di Sicilia e Sardegna le raffinerie che i cittadini e i politici USA già rifiutavano per il loro impatto ambientale.

In Italia restava poi lo scarto della raffinazione, l’olio combustibile, che iniziammo ad utilizzare per fare l’elettricità, coprendo quel 30% circa che gli altri Paesi industrializzati facevano con il nucleare (USA, Germania, Spagna, Germania…).

Noi reagimmo alla crisi guardando ad Est. L’Unione Sovietica garantiva la stabilità dei nuovi produttori nordafricani, come Algeria e Libia. Si concretizzò così la politica filo araba italiana benedetta da Mosca. Nello stesso disegno la famosa fabbrica di auto di Togliattigrad della Fiat e il gasdotto dalla Siberia a Tarvisio (di avanguardia mondiale).

Gli USA non gradivano, ma chiusero un occhio, grati per il lavoro di “ripulitura” del petrolio dei dittatori, sporco in tutti i sensi. Anche l’industria nucleare americana, che avrebbe dovuto fornirci gli impianti, cedette il passo alle petrolifere.

Quindi fino al crollo dell’Unione Sovietica la sicurezza energetica italiana fu sostanzialmente sicurezza petrolifera. L’ombrello di Mosca garantiva stabilità in Medio Oriente e Nord Africa, nostri principali fornitori. La caduta del muro ha lasciato la nostra sicurezza nelle mani di Ayatollah e dittatori di ogni risma.

L’opportunità di sanare la situazione e costruire una alternativa di solida sicurezza energetica arriva con il processo di liberalizzazione europea del mercato del metano, a cavallo tra vecchio e nuovo secolo. Il metano stava infatti sostituendo il petrolio in tutti gli usi non trasportistici, come nel riscaldamento, e stava per dare l’assalto finale all’olio combustibile per la produzione di elettricità. Più del 60% la produzione elettrica da metano ancora nel 2008.

E proprio sulla sicurezza si concentrò la discussione, si trattò di decidere come liberalizzare come, conseguentemente, ridurre la posizione dominante dell’Eni: la sicurezza energetica è più garantita dalla pluralità di approvvigionatori e provenienze o dal campione nazionale con i suoi “solidi” e storici rapporti internazionali?

Ne uscì una liberalizzazione a metà, che portò sì in Italia gas “non Eni” ma che tutti dovevano acquistare un metro fuori dalla frontiera dall’Eni stesso. E con il quale avrebbero dovuto fargli concorrenza sul mercato italiano! Da ridere, se non fosse per il pensiero di quanto queste mezze decisioni hanno pesato sul ritardo nello sviluppo del Paese. Con la scusa della sicurezza, che poi non si è nemmeno riusciti a garantire!

Il Centrosinistra al potere sentiva il fiato sul collo di Berlusconi e del Centrodestra statalista che lo sosteneva, così non ebbe il coraggio di affondare il coltello e anteporre l’interesse del Paese alla gestione del potere spicciolo, garantito dal controllo pubblico di una azienda come l’Eni. Non secondario lo strascico della storica affiliazione dell’Eni al Partito socialista e della cultura democristiana degli enti pubblici “confluite” sia in Forza Italia sia nel Centrosinistra.

Un blocco di potere e di conservazione, alimentato dagli stessi manager dell’Eni che vedevano l’enorme potere che avrebbero avuto nella gestione di una posizione dominate da Spa a controllo pubblico, in un contesto di (virtuale) libero mercato. Pubblici senza più doveri di servizio pubblico, liberi di agire come privati ma con la garanzia che non potranno mai fallire o essere cacciati (però gli stipendi come i privati veri!).

Quando l’ex socialista Tremonti arriva al ministero dell’Economia nel 2001 inoltrato, si trova un Eni che controlla tutti i tubi nazionali e internazionali di adduzione, padrone delle importazioni. Però i clienti liberi di acquistare il gas da chi vogliono, foglia di fico della liberalizzazione mancata. Un grande aiuto dal Tribunale Amministrativo regionale della Lombardia, che sterilizza i generosi sforzi di apertura del mercato dell’Autorità per l’energia.

I manager capiscono che a Tremonti della sicurezza nazionale e degli investimenti non importa niente e per tenerselo buono incominciano ad alzare i dividendi, soldi freschi per il Tesoro. Pazienza se nel frattempo gli italiani pagano prezzi per la benzina, il diesel, il gas e l’elettricità più alti al mondo.

Per onestà intellettuale va però riconosciuto che Vittorio Mincato, l’amministratore delegato dell’epoca e Stefano Cao, il suo braccio destro, pur se criticabili nel metodo, svilupparono autonomamente una strategia più attenta alle necessità di sicurezza energetica nazionale, nel contesto geopolitico di allora.

Strategia tutto sommato semplice: fare dell’Eni una vera oil and gas company mondiale, in concorrenza diretta con i principali player, Exxon Mobil, Shell, BP, e soprattutto abbastanza grande da potersi confrontare con le società degli Stati produttori. Questi stavano crescendo rapidamente grazie all’interiorizzazione delle tecnologie: Gazprom, Qatar Petroleum, Saudi Aramco, Sonatrach. Obiettivo dell’Eni 2 milioni di Barili di produzione propria, tra petrolio e gas, entro il 2006, e ci sarebbe riuscito. Dopo 9 anni siamo ancora a 1,6 milioni.

Ossessione di Mincato la cassa, sempre ricca e liquida, per poter comprare società e pozzi di petrolio e gas qua e là alla prima occasione. Niente debiti. Dividendi sì, ma senza esagerare, titolo da cassettisti, garanzia di rendimento nel tempo. L’ideale per i fondi pensione americani, che Mincato aveva attratto nell’azionariato sia di Eni e poi nella prima tranche di Snam.

In più cessione di tutte le attività “regolate” come il trasporto, la distribuzione, la gestione dei tubi. Così fu collocata in borsa la Snam, che avrebbe poi dovuto investire in nuovi gasdotti e rigassificatori, aumentare così il proprio valore per poi completare il collocamento, fermatosi a circa il 50%.

Una Snam indipendente avrebbe portato fatalmente alla costituzione della più grande e importante società europea di gestione delle reti del gas, primo passo per la rete europea integrata, di cui la Snam ragiona solo oggi. Quanto tempo perso e che danno fatto all’Europa, alla sua sicurezza energetica e all’economicità del metano! E al ruolo geostrategico dell’Italia.

Tremonti vede tutto quel gruzzolo in Snam e Eni e chiede un dividendo straordinario: Mincato si rifiuta. Va allo scontro con Tremonti che deve riconfermarlo, siamo ormai all’assemblea del 2005; tentativo di mediazione con Mincato presidente e Cao amministratore delegato.

Niente da fare. Le società controllate dallo Stato devono fare il meno possibile, sono solo uno sportello, l’azionista chiede e loro devono erogare. Chi se ne frega dello sviluppo, della crescita del Paese, della sicurezza energetica. Tremonti sceglie il nuovo amministratore delegato, gli dà come obiettivo di dare al Tesoro più dividendi possibile, e di togliersi dalla testa idea di investimenti. Deve bastare la posizione dominante garantita dal Governo.

Il nuovo amministratore delegato è Paolo Scaroni, che immediatamente provvede ad erogare i dividendi straordinari, cosa che obbliga negli anni seguenti Snam a ricorrere al debito bancario, sterilizzando ogni velleità di investimento. È chiaro che qualsiasi investimento di Snam, siano gasdotti, rigassificatori o aumenti di capacità di trasporto, avrebbe favorito i potenziali concorrenti di Eni.

Rinviato il collocamento del restante pacchetto di Snam, rinforzato il controllo dei tubi e godimento della “rendita tariffaria” esente da rischi, garantita dall’Autorità, come piace tanto alle banche. Insomma una partita di giro, in un circolo vizioso allucinante con il regolatore che per stimolare gli investimenti aumenta il rendimento del capitale investito – che altro potrebbe fare? – che finisce dritto al Tesoro. Aziende industriali come sostituti di imposta.

In quella suona un primo campanello di allarme. Nel marzo del 2005 un ritorno improvviso di freddo mostra la fragilità di approvvigionamento del metano, abbondante su base annuale ma a rischio in quel periodo dell’anno su base giornaliera, quando gli stoccaggi sono in fase di esaurimento. La pressione in erogazione rallenta finché proprio il gas non riesce ad entrare in rete per essere distribuito. Miliardi di metri cubi inutilizzabili, ma conteggiati come “riserva strategica”!

Emerge prepotente un problema di sicurezza nazionale ma né Eni né Snam se ne curano, non sono più “Enti di Stato”, adesso sono delle Spa, la loro missione è “creare valore” per gli azionisti! Qui si tocca con mano il buco nero delle false privatizzazioni italiane, perché l’azionista pubblico non ha comportamenti economici razionali. Non pensa allo sviluppo del business, non si cura della crescita, perché lui è lo “Stato”, ha mille altri strumenti per controllare il mercato o gestire le emergenze, in primo luogo i divieti.

Il Ministero dell’economia ha “salvato” il campione nazionale solo per poter passare alla cassa, le esigenze di sicurezza? Solo un comodo alibi. Perfetta continuità in questo tra Mario Draghi e il suo successore Tremonti.

Di fronte alla crisi salti mortali per tamponare le falle del Ministero dello sviluppo economico, nel frattempo esautorato da ogni possibile indirizzo sull’Eni, come era invece previsto nella legge di privatizzazione, che prevedeva un azionista finanziario (l’Economia) e uno industriale (lo Sviluppo economico).

Senza tanti ghirigori Tremonti mise in un angolo il ministro dello Sviluppo economico Antonio Marzano, gran signore ma troppo accademico, e anche mal consigliato, responsabile storico per l’Economia di Forza Italia (e a sua volta foglia di fico dell’anima “liberale” del partito).

Amen. Da quel momento l’Eni ha smesso di essere una azienda industriale, per diventare una società finanziaria. Le trimestrali, le azioni, la politica dei dividendi, prevalsero sulle strategie industriali e sugli investimenti. Nonostante le proteste iniziali degli azionisti privati, come i fondi istituzionali internazionali, che non gradivano il cambiamento. Poi anche essi si adattarono: all’idea della crescita di valore delle azioni attraverso la crescita del mercato si impose l’idea della rendita a rapace a danno dei consumatore.

L’anno dopo l’evento clou. Fine dicembre 2005, rottura dei rapporti commerciali tra Russia esportatrice di gas e l’Ucraina, paese di transito verso Occidente e soprattutto verso l’Italia. Vale la pena ricordare che nel frattempo a Kiev c’era stata la “rivoluzione arancione”, e il Paese si stava progressivamente allontanando da Mosca per avvicinarsi sempre più all’Occidente e all’Unione Europea.

Si riducono pericolosamente le esportazioni, i prezzi in Europa centrale impazziscono e si verificano strani episodi di carenza di gas alle frontiere italiane. Quantitativi di gas destinati all’Italia appaiono in Germania, nonostante l’obbligo di massima importazione.

Lo Sviluppo Economico vara un piano di emergenza che prevede l’utilizzo dell’olio combustibile al posto del gas, l’interruzione delle forniture alle industrie, la riduzione della temperatura negli uffici pubblici e nelle case degli italiani, eccetera. Oltre ai disagi centinaia di milioni di costi aggiuntivi per i consumatori.

La sicurezza energetica del Paese è a rischio per davvero. La crisi economica mondiale è ancora lontana e la domanda di gas dell’Italia viaggia verso gli 85 miliardi di metri cubi/anno (oggi sono 70). A fine gennaio Tremonti incontra a Mosca il suo omologo Alexei Kudrin, e a quanto è stato possibile ricostruire, raggiungono un accordo strategico sui rapporti energetici tra i due Paesi.

Il ministro italiano, non si sa quanto aggiornato sul mercato mondiale del gas e delle sue prospettive, soprattutto sulle potenzialità del mercato del gas naturale liquefatto (GNL) trasportato via nave, alternativo ai gasdotti, accoglie l’offerta russa che promette garanzie anche trentennali di approvvigionamento all’Italia a prezzi indicizzati al petrolio (!).

In cambio Gazprom rinuncia a vendere direttamente il proprio gas in Italia, cosa che avrebbe potuto fare e che sarebbe stato utile facesse, perché avrebbe messo direttamente in concorrenza il gas russo con quello algerino e libico in casa nostra.

Ovviamente ciò che Tremonti temeva era che così potessero scendere i prezzi finali, perché con essi sarebbero scesi i dividendi. Anche qui l’alibi preferito, suggerito alla stampa, era quello dell’Armata rossa che bivaccava a San Pietro.

Altra condizione la rinuncia definitiva alla vendita di Snam, pericolosissimo esempio di grande rete indipendente, possibile nucleo della rete unica europea e di cui si riesce a parlare solo ora, dopo che con un blitz Mario Monti riuscì a scorporare la Snam da Eni solo nel 2012.

Tremonti torna da Mosca in quel freddissimo gennaio 2006 e annuncia che la cessione di Snam, prevista entro il 2008 dalla Finanziaria 2006, è rinviata sine die. La sicurezza di Tremonti, nonostante stia per iniziare la campagna elettorale che porterà di nuovo il centro sinistra al governo, fa ritenere che Romano Prodi fosse stato informato.

Così Berlusconi e Tremonti nel 2006 affidarono a Putin la sicurezza energetica dell’Italia. Il conto lo stiamo pagando ancora adesso.

È giusto ricordare che non tutti condivisero queste scelte. Sempre ad inizio 2006 arriva a conclusione una indagine conoscitiva sull’energia condotta dalla Commissione Attività produttive della Camera, presieduta da Bruno Tabacci e con relatori Stefano Saglia per il centro destra e Erminio Quartiani per il centro sinistra. Chi scrive ebbe l’onore di collaborare con i due relatori e il responsabile dell’ufficio studi della Commissione Cristiano Ceresani.

Il documento, approvato all’unanimità dalla Commissione con solo dei distinguo di Rifondazione Comunista sul tema del carbone, analizzava i rischi di approvvigionamento e suggeriva di supplire con la realizzazione di rigassificatori e nuovi gasdotti, anche con l’intervento di Snam, in modo che entro 5 anni l’Italia diventasse esportatrice verso Nord del gas approvvigionato da Sud, con una capacità di importazione/transito di almeno il 20% superiore ai consumi interni.

Si insisteva anche sulla separazione proprietaria di Snam da Eni, il rafforzamento degli stoccaggi e, soprattutto, l’attribuzione al Ministero dello sviluppo economico la funzione di azionista di riferimento delle società energetiche, per risolvere almeno in parte il conflitto di interesse tra Stato regolatore ed azionista. Sul fronte elettrico si suggeriva di favorire le esportazioni di elettricità verso il Centro Europa, che sarebbero state facilitate da un discesa dei prezzi del gas conseguente all’aumento di liquidità del mercato.

Il governo Prodi sposò invece la linea di Tremonti e a quel punto l’Eni, forte dell’appoggio bipartisan ad una politica filo russa, concluse nel novembre del 2006 un patto strategico con Gazprom che prevedeva un forte allungamento dei contratti take or pay e il disinteresse – che vista la posizione dominante di Eni voleva dire contrarietà – alla realizzazione di rigassificatori.

Erano i mesi in cui al Ministero dello Sviluppo economico si lavorava per far costruire almeno 4 dei più di 10 progetti previsti in Italia (nessuno targato Snam). Il timore era di nuove interruzioni nei transiti in Ucraina negli inverni successivi. L’Eni lasciava fare. Il chiacchiericcio sui rigassificatori era utile per fare pressione su Gazprom, con cui era in corso la trattativa strategica impostata da Tremonti.

I dirigenti ministeriali e dell’Autorità si potevano pure baloccare con il sogno dei rigassificatori, in tasca c’era già l’arma atomica. Ed ecco arrivare, nel giugno 2007, il progetto congiunto Eni – Gazprom del South Stream, nuovo grande gasdotto pensato ed esplicitamente presentato come strumento per evitare il territorio dell’inaffidabile Ucraina. La colpa del popolo ucraino? Voler entrare in Occidente.

Che poi, in realtà, nel grande progetto congiunto all’Italia veniva solo la commessa per la Saipem nella tratta sottomarina nel Mar Nero. Mai credibile la ventilata ipotesi di una bretella verso la Puglia per rifornire direttamente da Sud il mercato italiano. Era ed è l’Austria il punto di arrivo finale del nuovo gas russo. Gran bel marketing, ed esercizio di potere di mercato.

Si, potere di mercato, perché è bastato l’annuncio del possibile arrivo di 16 miliardi di metri cubi/anno (come dire 4 rigassificatori da 4 miliardi/anno) per bloccare la realizzazione di altri rigassificatori oltre i due su cui già si era iniziato a spendere e che potevano contare su gas proprio. In questi casi, come avvenuto, basta la minaccia per far rimettere i progetti nel cassetto.

E per chi non avesse ancora capito bastava leggere il comunicato stampa diffuso durante la cerimonia in cui Pierluigi Bersani, Ministro dello sviluppo economico, assieme al suo omologo russo Viktor Khristenko assistettero a Via XX Settembre a Roma alla firma dell’accordo tra Eni e Gazprom: “Uno studio preliminare di Saipem indica che i costi sono confrontabili con quelli di un’intera filiera GNL (liquefattori, navi e rigassificatori)”. Più chiaro di così!

Ovviamente l’arrivo di questo gas a Nord dell’Italia avrebbe anche definitivamente fatto tramontare qualunque ipotesi del nostro Paese come centro di importazione e smistamento del gas nordafricano verso il Centro e l’Est Europa. Nella strategia russa il mercato italiano del gas va schiacciato verso Sud. Sempre.

L’asservimento alla Russia riduceva di molto le necessità di capitali per investimenti, e quindi si potevano alzare ancora di più i dividendi. Roba da alto tradimento.

Nel frattempo, pur con tutti i suoi limiti sul processo di formazione dei prezzi, il petrolio ha raggiunto la piena maturità in termini di disponibilità della materia prima e della logistica, riducendo a zero il rischio di approvvigionamento. Clamoroso quanto drammatico il blocco dell’export del petrolio libico all’inizio della guerra civile: in un giorno l’Italia perse il 25% del petrolio contrattualizzato.

Non un goccio di benzina o diesel è mancato agli italiani nei giorni e nelle settimane seguenti. C’era domanda e il petrolio è arrivato. Punto. Il prezzo sì, è aumentato, anche se mai più di 1 dollaro al barile, ma per tutti, non solo per noi. Miracoli del mercato globalizzato, Eni o non Eni.

Adesso, nel pieno della nuova e ben più grave crisi russo – ucraina, Gazprom si dice fiduciosa di riuscire ugualmente a realizzarlo, anche senza la Saipem. Ebbene, si tratta di una opportunità da cogliere al balzo per uscire il prima possibile da questo progetto anti italiano.

Nelle trattative con la Russia ciò che conta è la convinzione delle proprie posizioni e la credibilità del saper andare fino in fondo. La Russia resterà un partner commerciale importante per l’approvvigionamento del gas, ma sarà tanto più affidabile quanto più sapremo dimostrargli che possiamo farne a meno.

C’è un costo per una politica energetica che in prospettiva possa fare a meno del gas russo? Certamente, ma molto inferiore ai dividendi che l’Eni e la Snam erogano ogni anno e che si perdono nel calderone della spesa pubblica, mentre è incalcolabile il valore dell’aiuto che può venire alla ripresa economica da un rilancio degli investimenti in infrastrutture energetiche sul nostro suolo e lo stimolo alla discesa del prezzo del gas.

Già, ma cosa fare? A parte il favorire in tutti i modi il completamento del Tap, che porterà in Italia gas non russo, dall’area del Caspio, e che in futuro potrà raccogliere anche gas curdo-iracheno e iraniano, è necessario accelerare al massimo la reversibilità dei flussi dei gasdotti verso l’Austria e l’Olanda, per concludere i lavori con un anno di anticipo, entro il 2015 e non il previsto 2016 (è possibile, se vi vuole).

Con l’attuale depresso livello di domanda si suppone che fino alla fine del prossimo anno dovremmo correre rischi gestibili anche in caso di blocco totale dell’import dalla Russia e problemi con la Libia. Ovviamente è necessario rilanciare gli accordi con l’Algeria e liberalizzare il gasdotto, ancora in mano all’Eni, che collega la Sicilia alla Tunisia e ai giacimenti algerini.

Poi quello che serve davvero è un grande rigassificatore come quello progettato a Gioia Tauro, in posizione strategica anche per il trasbordo e l’utilizzo del metano in forma liquida per i trasporti marittimi e terrestri. Come prova della volontà di realizzare questo impianto deve entrare in campo la Snam, di modo che l’accesso all’impianto sia libero per qualsiasi importatore e provenienza.

Lo ripeto, per avere il gas russo a buon prezzo dobbiamo dimostrare di poterne fare a meno. Gli impianti eventualmente sottoutilizzati possono lavorare per l’esportazione e nuovi usi, come fanno oggi i rigassificatori spagnoli, in attesa che la domanda si riprenda.

Se Gazprom vuole venire in Italia a vendere il suo metano direttamente tanto meglio. Sappia però che sul prezzo dovrà vedersela con il gas che presto arriverà dal Canada e poi dagli USA e forse prima ancora da Cipro e Israele.

Se poi la Russia decide di vendere il proprio gas alla Cina bene per l’Europa, perché questo farà scendere i prezzi e gli approvvigionamenti che oggi vanno verso l’Asia, come quelli dell’Algeria, che manda in Giappone il GNL di Panigaglia a La Spezia, torneranno verso di noi. Il gas c’è in abbondanza. E sono anche alle porte gli impianti di liquefazione mobili, per raccogliere il metano dei giacimenti minori e di quelli associasti ai campi petroliferi.

Come già per il petrolio, la sicurezza energetica nel settore del gas va di pari passo con la globalizzazione del suo mercato, la liquidità e la disponibilità delle infrastrutture.

Questa la principale valutazione che l’Italia, organizzatrice del G7 Energia che si svolge oggi a Roma, deve suggerire a tutti i partner e battersi affinché vengano prese tutte le decisioni conseguenti. Da tutti i partecipanti al G7 ma soprattutto dagli USA che devono aprire davvero le proprie esportazioni di gas (e di petrolio).

Gli USA devono convincersi che anche il prezzo del gas fa parte del problema sicurezza, perché le attuali diversità a sfavore dell’Europa, del Giappone e della Corea del Sud, riducono la coesione e la volontà politica dell’Occidente, soprattutto con il dollaro così sopravvalutato. Per decenni l’Europa ha pagato il petrolio al prezzo che si formava negli USA (il WTI); che si prepari adesso a pagare quello del gas che si formerà sull’Atlantico.

Obama ha detto che gli europei devono imparare a pagare per la propria sicurezza, ed è giusto, ma anche gli USA devono fare la propria parte, che nell’era dei mercati globali non può essere solo o prevalentemente militare.

Invece il messaggio che l’Italia deve dare a sé stessa è che le aziende energetiche devono fare industria e non finanza. I manager devono imparare a dire no alle richieste del Tesoro di alti dividendi quando sono a scapito di investimenti, e così devono fare anche verso i sindaci se guidano delle municipalizzate. L’opzione migliore resta sempre quella di privatizzare tutto, solo così il potere pubblico sarà libero dai conflitti di interesse.

L’Eni non sia più un bancomat, anche perché per ogni miliardo di euro al Tesoro italiano due miliardi vanno ai fondi e alle banche internazionali! Basta con le politiche energetiche decise dal Ministero dell’Economia (e delle finanze). Il consumatore italiano non può più pagare gli extra che servono per garantire la pensione degli insegnanti californiani.

In ogni caso sia per il G7 che per l’Italia la sicurezza maggiore per ogni approvvigionamento viene dalla vastità e dalla liquidità dei mercati. Tutto quanto accaduto in questi anni sarebbe stato meno grave o irrilevante o semplicemente non sarebbe successo se in precedenza si fossero fatte scelte pro mercato. Se l’Ucraina avesse avuto la possibilità di rifornirsi di gas da Sud, cosa che solo l’Italia poteva permettere, la crisi con la Russia molto probabilmente non sarebbe mai iniziata. Abbiamo perso 9 anni, vediamo adesso cosa si può recuperare.

Nei momenti di paura viene spontaneo chiudersi, irrigidirsi, cercare di contare solo sulle proprie forze. Bisogna invece aprirsi ancora di più e pretendere che altrettanto facciano gli alleati. Dividere i rischi per condividere la sicurezza.

 

Una versione ridotta di questo commento è stata pubblicata lo scorso 5 aprile su Formiche.net

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Diego Gavagnin

Consulente free lance per attività di comunicazione e sviluppo di progetti energetici. Dal 2013 tiene la rubrica di commento “Oltreilconfine”