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Prima le strategie e poi i nomi: persa un’altra occasione - Energia Media
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Prima le strategie e poi i nomi: persa un’altra occasione

Prima le strategie e poi i nomi: persa un’altra occasione

Il futuro dell’Eni tra passato, presente e futuro. Il bilancio di 9 anni. Posizione dominante o sfida del mercato? Petrolio e gas possono ancora convivere nella stessa società?

Il Presidente del Consiglio Renzi qualche settimana fa aveva annunciato che prima di procedere alle nomine delle aziende controllate dallo Stato, tra le quali l’Eni, si sarebbero definite le loro strategie per poi coerentemente scegliere i manager.

Peccato che in queste settimane si sia poi parlato e fatto parlare solo di nomi e niente strategie! Per non parlare degli incontri riservati a Londra con alcuni sì e altri no.

A certi livelli non ci possono essere uomini per ogni stagione, e le conferme o sostituzioni assumono precisi significati agli occhi dei mercati e dei governi (se si tratta appunto di aziende internazionali controllate dal Governo, cioè dai partiti pro tempore).

Dal 2006 ad oggi la geopolitica energetica italiana è stata filo-russa, e il vertice dell’Eni ne è stato l’esecutore nella componente più importante, quella degli approvvigionamenti. Ad esempio la sostituzione dell’amministratore delegato con un suo collaboratore comunicherebbe che l’atteggiamento italiano verso Mosca (e di converso verso l’Occidente) non cambierà granché.

Purtroppo vediamo che è già così dall’atteggiamento morbido e comprensivo verso Putin anche dell’attuale Governo, mai allineato con le posizioni USA. Da non dimenticare che nel giorno del “referendum” in Crimea l’Italia annunciava il ridimensionamento di esercito, marina, aviazione! E la Saipem, altra controllata dello Stato, firmava accordi con Gazprom. Si sa bene dell’incazzatura di Obama con Napolitano e Renzi.

L’accordo con la Russia, deciso da Tremonti e Berlusconi, confermato da Prodi e poi di nuovo rilanciato dai primi due, affidava ai contratti di importazione di lungo termine del gas la sicurezza energetica dell’Italia, invece di puntare sull’apertura dei mercati, l’indipendenza delle reti, i rigassificatori, gli stoccaggi, la ricerca e/o l’acquisto di nuovi giacimenti (come peraltro suggerito all’unanimità dalla Commissione attività produttive della Camera dei Deputati nel febbraio 2006).

Così, invece, superflui gli investimenti: quindi più soldi, tanti, tantissimi, ai fondi internazionali e al Tesoro (in proporzione due a uno a vantaggio dei primi). Dopo 9 anni di “continuità berlusconiana” nell’energia vale la pena ricordare che Mincato non fu all’epoca confermato – né i suoi collaboratori promossi – perché disse no alla richiesta di dividendi straordinari. Secondo lui, e seppe tenere il punto rinunciando alla conferma, i soldi dovevano andare agli investimenti, non agli sprechi del Ministero dell’Economia.

Di questo ci sarebbe piaciuto sentir ragionare negli scorsi giorni. Dell’alternativa tra dividendi e investimenti, tra sicurezza basata sugli accordi “tu per tu” del campione nazionale o sull’apertura dei mercati, sulla scelta tra rifornimenti via nave o via gasdotto, dell’aumento di operatori terzi e provenienze mondiali.

A parte i soldi dati al Tesoro, che non sono neanche serviti a molto, visto come è aumentato il debito pubblico dell’Italia, il bilancio di questi nove anni è pesantemente negativo. L’Eni vale meno di allora ed ha meno capitale, cioè ha meno giacimenti e più debiti. E in questo periodo gli italiani – che acquistano metà dei prodotti Eni – non hanno certo pagato meno l’energia!

Lo scorporo della Snam,  imposto da Monti, società che svolge tutte attività regolate e senza rischio (trasporto, distribuzione, stoccaggi) ha avvicinato l’Eni al profilo classico di una oil and gas company, ma restano nel suo perimetro i gasdotti con l’Algeria e la Libia. È ora di passare anche questi alla Snam o comunque renderli “terzi”.

Oltre che di questo si dovrebbe discutere del ruolo dei nuovi giacimenti mediterranei di gas, del suo utilizzo in forma liquida come carburante per i trasporti marittimi e terrestri e ferroviari di lungo raggio, delle prospettive delle importazioni di gas da Iran e dalla Turchia, del nuovo liquefatore algerino, dell’eliminazione dello zolfo dai carburanti marittimi nel Mediterraneo.

Ci sarebbe piaciuto ragionare del futuro della raffinazione, del percorso e del ruolo di Eni nella transizione europea al “dopo petrolio”, ed anche di valutare se non sia ormai il momento di separare l’Eni-petrolio dall’Eni-gas, due materie prime energetiche ormai non più ancillari, ma violentemente concorrenti in tutti gli impieghi.

Infine: affrontare il mare aperto della concorrenza e dei nuovi mercati o basare le proprie strategie ancora sulla posizione dominante in Italia, alimentata dal potere garantito dal Governo in cambio di alti dividendi, rassegnandosi in realtà a gestire il declino come player mondiale dell’energia?

Il rilancio passa sempre dal sacrificio degli azionisti, anche la Fiat quest’anno non dà dividendi, faccia così in futuro anche l’Eni, invece di svendere pezzi dei propri giacimenti ai cinesi perché se no non si hanno i soldi per metterli in produzione!

Bah. Sarebbe stato bello discutere di tutto questo prima delle nomine, per dare ai nuovi manager un preciso mandato. Adesso è tardi, ma si può recuperare in parte nella discussione all’assemblea di maggio; ovviamente a seconda della distanza/vicinanza con il passato di chi sarà nominato.

13 aprile 2014

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Diego Gavagnin

Consulente free lance per attività di comunicazione e sviluppo di progetti energetici. Dal 2013 tiene la rubrica di commento “Oltreilconfine”