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Sogin spende troppo o troppo poco? - Energia Media
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Sogin spende troppo o troppo poco?

Sogin spende troppo o troppo poco?

Da qualche mese è in corso una polemica che capisco poco sull’attività della Sogin, società al cento per cento pubblica che ha il compito di smantellare le centrali nucleari, gestire e mettere in sicurezza i rifiuti radioattivi di tutte le pregresse attività italiane nel settore (e le presenti medicali e industriali).

Per quello che ho capito, la polemica si incentra sulla capacità o meno della Sogin di spendere i soldi previsti dai piani industriali degli anni precedenti avendo, il nuovo vertice, annunciato due successive riduzioni delle commesse previste.

In questa polemica, che coinvolge persone che stimo in entrambi i fronti, il mio dubbio è semplice: conta di più quanto si spende o come si spende? La Sogin è una azienda finanziaria o industriale? La missione affidata dall’azionista mette prima l’efficienza della spesa o il suo volume?

Certo, nella cultura tremontiana dei governi Berlusconi e del Prodi 2 quello che contava per le aziende di Stato era solo la capacità di dare dividendi al Tesoro e “prelevare” soldi dalle tasche degli italiani attraverso le bollette, la benzina e quant’altro, come la “tassa dello sceriffo” e addirittura i prelievi diretti sulla componente tariffaria nucleare, vero proprio furto.

Era l’esosità dei bilanci a suscitare la benevolenza dell’azionista per il rinnovo degli incarichi di amministratore delle controllate, come Eni, Enel, etc.; bilanci che nel caso della Sogin sono costruiti sulle commesse all’industria pubblica, pagate con i soldi dei consumatori di elettricità.

Dico questo con l’amaro in bocca perché indubbiamente nel dopo Cernobil l’attività di smantellamento degli impianti nucleari europei, e non solo, ha rappresentato un’opportunità che l’Italia ha avuto la capacità di vedere ma non ha saputo poi perseguire con la necessaria volontà ed efficienza amministrativa e organizzativa.

Per merito (o demerito, fa lo stesso) del primo referendum nucleare, che ha portato l’Italia alla chiusura anticipata degli impianti, avremmo potuto sviluppare una filiera industriale per l’estero capace di sviluppare nuove tecnologie dedicate, come la robotica e il telecontrollo avanzato e mille altre, poi utilizzabili per la crescita manifatturiera generale del Paese.

Su questa possibile strategia hanno fin da subito pesato due grandi dubbi: era giusto far pagare solo ai consumatori elettrici i maggiori costi della chiusura anticipata del nucleare voluta da tutti con il referendum e, ancora più rilevante, far pagare solo a loro pure i maggiori costi di investimento necessari alla nuova attività industriale?

Smantellare gli impianti subito, senza aspettare i 30-40 anni per il decadimento della maggior parte della radioattività, ha infatti costi maggiori che tenerli in sicurezza e intervenire in seguito. Poi con il passare del tempo arrivano nuove tecnologie che facilitano gli interventi, rispetto a quando gli impianti sono stati costruiti.

La scelta dell’attesa di qualche decennio dopo la chiusura incide anche sull’entità degli accantonamenti annuali destinati al futuro smantellamento. Accelerare lo smontaggio delle centrali era quindi una scelta precisa di “politica industriale”, una decisione di investimento.

Smantellare e sviluppare per primi le nuove tecnologie doveva essere una missione del Paese e le spese andavano caricate sul bilancio dello Stato, per banali motivi di trasparenza, chiarezza di mandato e correttezza nell’attribuzione delle responsabilità. I nuovi costi sono stati invece caricati sulle tariffe governate dall’Autorità per l’energia che ha come compito quello di far pagare al consumatore elettrico il meno possibile per il servizio ricevuto, non di promuovere nuovi business.

Insisto, siamo sicuri che la missione della Sogin sia spendere il più possibile? Forse è il momento di fermarsi un attimo e chiedersi se a questo punto non conviene chiudere tutto, assicurare la sicurezza esterna degli impianti e aspettare.

Anche perché francamente non si capisce proprio cosa voglia il Paese (facendo finta che sia un tutt’uno con Governo e Parlamento) visti i ritardi sulla definizione del Programma nazionale dei rifiuti radioattivi, in base al quale la Sogin deve costruire i propri piani industriali. E l’Autorità di garanzia sulla gestione dei rifiuti, pure prevista da Direttive europee, che fine ha fatto? E la nuova classificazione di cosa è un rifiuto radioattivo?

Come interpretare questa assenza di volontà politica proprio nell’imminenza dell’inizio della procedura per la scelta del sito per il deposito dei rifiuti radioattivi di vita breve e media, e le continue intrusioni del Governo sul suo iter di attuazione, con rinvii delle scadenze molto poco trasparenti?

Se è il Governo a non credere nelle regole che esso stesso si è dato, perché dovrebbero crederci i cittadini?

In questo contesto francamente sarei molto più preoccupato di bilanci Sogin rivisti al rialzo piuttosto che al ribasso. E non è affatto sicuro che spendere meno oggi voglia dire spendere di più dopo (e per carità, lasciamo perdere l’impianto di Latina, inavvicinabile con le tecnologie attuali).

L’Italia non è riuscita a fare il nucleare quando sarebbe stato possibile perché si trattava di faccenda troppo seria per la sua classe politica e la sua amministrazione (poi ci pensarono i petrolieri a metterci la pietra sopra, ben prima di Cernobil e del referendum) ed evidentemente non è capace di gestire neanche il post nucleare.

In bocca al lupo per il deposito (di bassa e media attività, meglio ripeterlo), che poi è niente rispetto a quello che è stato ed è Malagrotta. Questa analogia induce un’altra riflessione: l’errore più grave degli scorsi anni è stato probabilmente affidare la chiusura del nucleare a manager ideologicamente e più ancora sentimentalmente filo-nucleari*, sognatori di impossibili ritorni.

 

*Io mi considero tra questi, ma ritengo il nucleare da fissione irrealistico nell’attuale situazione socio-economica italiana ed europea.

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Diego Gavagnin

Consulente free lance per attività di comunicazione e sviluppo di progetti energetici. Dal 2013 tiene la rubrica di commento “Oltreilconfine”