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Vendere le reti dello Stato si può, ma non ad altri Stati - Energia Media
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Vendere le reti dello Stato si può, ma non ad altri Stati

Vendere le reti dello Stato si può, ma non ad altri Stati

Meglio l’azionariato popolare diffuso piuttosto che accordi tra politici e manager che vendono roba non loro e non rischiano niente. Cdp cavallo di Troia che porta lo Stato cinese nelle reti energetiche europee. E la chiamano privatizzazione.

Non c‘è un motivo al mondo perché lo Stato italiano non possa vendere le società delle reti elettriche e del gas (Terna e Snam), ci sono mille motivi perché non le venda ad altri Stati, direttamente a loro società finanziarie o operative.

Oggi si definisce l’accordo tra Ministero dell’Economia, che controlla Cassa depositi e prestiti che a sua volta controlla le società delle reti, e la State Grid International Development Limited, operatore finanziario della State Grid Corporation of China, controllata dallo Stato cinese, per cedergli il 35% della Cdp Reti.

Ma davvero il Renzi della Leopolda pensa che sia nell’interesse nazionale questa operazione di vendita dei beni degli italiani a chi può avere altri mille motivi per comprare, diversi dall’unico sano e giusto, che è fare soldi?

Chi compra le reti per fare soldi ha un obiettivo molto semplice, veicolare su di esse più elettricità e gas possibile, al minor costo e con la migliore qualità. Il suo comportamento è prevedibile e ogni stranezza intercettabile.

Questo coincide con l’interesse generale allo sviluppo del Paese e alla democrazia economica. Che interessi può avere invece uno Stato nei confronti di un altro Stato? Boh!? Tutto e il contrario di tutto.

Certo, chi gestisce l’operazione si può illudere di fare l’affare del secolo, e strisciarsi le unghie sul bavero della giacca, tanto mica vende beni suoi, cosa rischia davvero? Tornano in mente gli affaroni dell’Iri, di cui la Cdp è il tardo epigono.

E poi di cosa stiamo parlando? Come può lo Stato italiano pensare di fare affari alla pari con la Cina? Un Paese di 60 milioni di abitanti (in crisi) rispetto ad uno di un miliardo e mezzo (in pieno sviluppo)? Pensiamo piuttosto all’Europa e lasciamo fare alle imprese, che possono farcela anche nel confronto con quelle cinesi.

Tra l’altro che senso ha progettare la grande Rete Unica Europea del Gas al servizio del Mercato Unico Europeo dell’Energia, di cui Snam e Terna sarebbero gran parte, portando lo Stato cinese nella pancia del Cavallo di Troia?

E la chiamano privatizzazione! E tutta la stampa pecorona dietro, a usare questo verbo che è un imbroglio verbale, un falso ideologico.

Sia chiaro che non ho niente con i cinesi, solo non mi fido degli Stati – che poi sono i partiti al potere pro tempore – quando vogliono gestire l’economia del mondo moderno, anche se è giusto che lo Stato intervenga nei fallimenti del mercato (e subito dopo si ritiri). Naturalmente prima bisogna che ci sia, il mercato.

Perciò se lo Stato italiano pensa davvero di poter controllare le società delle reti possedendo solo una piccola quota di qualche veicolo dentro un sistema di scatole cinesi con dentro i cinesi (si, le parole parlano) a maggior ragione dovrebbe poterle controllare in un sano sistema di azionariato diffuso.

Prima Berlusconi e adesso Renzi ci ricordano sempre – a ragione – che le famiglie italiane sono ricche, dispongono di molti più capitali rispetto agli altri cittadini europei, e questo fa dell’Italia un Paese in realtà ricco nonostante l’enorme debito pubblico.

Il problema è farglieli tirare fuori, questi soldi, agli italiani. Tartassati da tasse di cui si è perso ormai lo scopo, e di cui si percepisce solo l’obiettivo della sopravvivenza delle varie caste, non si fidano, e come dargli torto.

Però ci si deve provare (si sarebbe dovuto provare, temo che ormai sia troppo tardi) e quale soluzione migliore delle società delle reti, regolate in maniera trasparente, per sviluppare l’azionariato diffuso e popolare? Public company all’anglosassone, basate su di unico principio, la rimozione dei conflitti di interesse.

Semplice: nessuno interessato nella vendita di elettricità e gas può possedere quote di queste società. Nessuno che potrebbe avere interesse a rarefare l’elettricità e il gas per alzarne il prezzo – e magari portarla a prezzi più bassi, che ne so, da qualche parte dell’Asia – deve neanche pensare di poterlo fare restringendo o chiudendo i tubi o gli elettrodotti.

È molto più facile di quanto si creda, basta guadare la storia energetica dell’Italia degli ultimi anni, ed è successo così, sotto gli occhi di tutti, e tutti (o quasi) a far finta di niente.

Infine il messaggio più forte che viene da questa operazione finanziaria dello Stato italiano è rivolta ai giovani, e dice che è meglio non si facciano illusioni di un futuro di libertà e creatività economica, di nuovi lavori e attività, di gusto del rischio e dell’innovazione, il loro destino è, e resta, solo nelle aziende pubbliche, nell’impiego statale.

 

31 luglio 2014

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Diego Gavagnin

Consulente free lance per attività di comunicazione e sviluppo di progetti energetici. Dal 2013 tiene la rubrica di commento “Oltreilconfine”