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Si è rotto il lavandino. Finalmente - Energia Media
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Si è rotto il lavandino. Finalmente

Si è rotto il lavandino. Finalmente

Ma non basta. Per essere un vero hub del gas oltre a poterlo esportare l’Italia deve anche esprimere un prezzo. Per arrivarci è necessario sbottigliare i gasdotti mediterranei, passandoli da Eni a Snam.

Meglio tardi che mai. Con una decina di anni di ritardo da quando si sarebbe potuto iniziare a fare, finalmente è possibile esportare gas naturale dall’Italia verso l’Europa. I lavori che permettono al gas di andare in contro flusso rispetto a quando i gasdotti furono progettati non sono ancora finiti e già negli scorsi giorni alcuni milioni di metri cubi di gas hanno preso la via della Svizzera.

Nonostante l’Italia sia il Paese europeo con più infrastrutture di approvvigionamento, 4 grandi gasdotti (da Olanda, Russia, Libia, Algeria, uno minore dalla Slovenia e un altro in arrivo dall’Azerbaigian (Mar Caspio), tre rigassificatori (per 14 miliardi di mc), un sistema di stoccaggi pari a un quarto (circa 16 miliardi) dei consumi annuali (75 miliardi nel 2017), la rete di distribuzione più magliata d’Europa, significativi consumi civili, industriali e termoelettrici, solo ora si può, timidamente, iniziare ad usare la parola “hub” al presente.

Hub significa punto di ingresso, liquidità, consumo, e riesportazione. Se non si è anche esportatori/riesportatori non si è un hub. Eppure i vantaggi di esserlo erano ben evidenti da metà degli anni ’90, quando si iniziò ad aprire il mercato europeo del gas. E oggi sono anche maggiori rispetto a ieri, con la Francia e la Germania che dovranno usare parecchio gas per fare l’elettricità man mano che chiudono le centrali nucleari e quelle a carbone.

La possibilità di riesportare il metano proveniente dall’Africa mediterranea verso il centro dell’Europa, come minimo aumenta la sicurezza energetica nazionale, perché l’acquirente tedesco o inglese si trova a condividere con noi i rischi di un viaggio così lungo (inclusa la sicurezza dei giacimenti). Poi è evidente che più il mercato si apre e più il prezzo tende a livellarsi. E l’Italia ha sempre pagato il gas più del resto d’Europa, nonostante i grandi consumi e tutte le infrastrutture elencate prima.

È palese chi ha sempre avuto interesse a mantenere in Italia prezzi del gas più alti, lo Stato e i Comuni, che incassano parte degli alti dividendi delle società energetiche che controllano (quota comunque minoritaria, la maggior parte di questi soldi va all’estero). Quando accendiamo la caldaia è bene ricordarsi che con la nostra spesa extra garantiamo la pensione agli insegnanti della California.

Perciò è anche chiaro chi ha sempre voluto che in Italia l’offerta del gas coincidesse con la domanda, per tenere alti i prezzi, i Governi pro tempore. Tutti. E tutti amici della russa Gazprom, che nel 2006 si è impegnata a garantire i nostri approvvigionamenti per decenni e decenni (e assurdamente anche a prezzi più alti). Così è stato facile sostenere l’inutilità di nuovi investimenti per l’export, o altri rigassificatori, mentre alle voci autorevoli che li chiedevano si rispondeva che c’era la “bolla del gas”.

È il crollo dei consumi per via della crisi, e la perdurante situazione di domanda debole, che ha portato la Snam, società di trasporto del gas, ad investire nei contro flussi, con la speranza di aumentare i volumi nei tubi. L’Italia del gas fino a ieri non era un mercato, era un lavandino, con un buco nero al centro, dove far precipitare tutte le rendite.

Ma neanche questa prima incrinatura del lavandino sarebbe stata possibile se la Snam non fosse stata separata dall’Eni. La società – e gli analisti finanziari – sono stati obbligati a concentrarsi sugli obiettivi del proprio core business, che sono esattamente l’aumento dei volumi trasportati. E’ stata dura egualmente. Il quesito era: chi avrà interesse a portare il gas fuori d’Italia visto che venderlo da noi premia di più? Errore: costa di più proprio perché non lo si può portare fuori. Che il nostro mercato è chiuso lo sanno anche i fornitori che offrono tutti a prezzi più alti (e sono anche pochi e con uno dominante).

Intendiamoci, l’episodio degli scorsi giorni è appunto un episodio, determinato dal ritorno di freddo nel Nord Europa che ha fatto alzare i prezzi più di quelli italiani e quindi qualcuno ha trovato conveniente andare in esportazione. Ma va bene così, importante è iniziare, aprire la strada, e poi i lavori sono ancora in corso. Oggi la capacità di esportazione sul gasdotto verso l’Olanda attraverso la Svizzera è di soli 5 milioni di metri cubi al giorno, ma sarà di 40 entro ottobre prossimo.

Curiosamente 40 milioni di metri cubi al giorno sono circa 14 miliardi all’anno, esattamente il quantitativo di gas che l’Ucraina, disperatamente impegnata a non dipendere più dalla Russia, ha importato da altri Paesi europei nel 2017. Ma non da noi, che saremmo i più vocati, per la minore distanza e la flessibilità del nostro sistema di stoccaggi della Val Padana. Guardando il sistema gas europeo allargato al perimetro dei principali giacimenti, si vede come al centro ci sia Minerbio, il nostro più grande stoccaggio.

A proposito, a che punto siamo con il contro flusso verso l’Austria-Ucraina? L’export degli scorsi giorni dovrebbe convincere tutti dell’assoluta urgenza di completare questi lavori, anch’essi prima del prossimo inverno.

È un vantaggio enorme avere in Italia il polmone del sistema europeo del gas, perché è esattamente il punto che dovrebbe esprimere il prezzo di riferimento. Per essere un vero hub infatti non basta ancora una significativa capacità di esportazione, bisogna anche esprimere un prezzo. Oggi invece il prezzo di riferimento del gas in Italia è quello della borsa del gas di Rotterdam, il TTF. Basta, il prezzo italiano deve essere quello che si forma in Italia.

Perché le nostre bollette di casa devono dipendere dal mare mosso nel Mare del Nord o da un incidente nel gasdotto sul Baltico? Il prezzo mondiale del gas è definito in Henry Hub più (cioè quello del principale hub USA, più il costo di trasporto e il margine determinato dall’eccesso di domanda in certe aree in certi periodi). La nostra ambizione deve essere esprimere un prezzo Minerbio più, cioè il prezzo migliore che si formerà lì più il costo del trasporto fino a Monaco o a Parigi o a Kiev o a Londra.

L’attuale “borsa” italiana, il PSV (punto di scambio virtuale) va completamente riformata. Gli scambi devono essere anonimi, adesso la piattaforma serve solo a mettere in contatto il compratore con il venditore, che quasi sempre è lo stesso. A questo punto abbiamo le esportazioni e il prezzo. Ma abbiamo fatto tutto il possibile per avere un mercato abbondante e liquido in Val Padana? Manca qualche cosa? Sì, è necessario sbottigliare il sistema dei gasdotti al Sud e dare trasparenza ai loro prezzi d’uso.

Questi gasdotti sono infatti posseduti dall’Eni in toto o in parte condivisi con la Tunisia, l’Algeria e la Libia. Non si capisce perché non siano stati ancora passati alla Snam. Questa semplice operazione da fare tra Ministero Economia e Cassa Depositi e Prestiti, azionisti di controllo di queste società, renderebbe subito trasparenti i costi delle importazioni ed eliminerebbe il conflitto di interesse dell’Eni trasportatore/venditore.

Curiosamente questo stesso conflitto d’interesse è quello che usa la UE per fermare i nuovi gasdotti di Gazprom. Ma i principi di mercato non possono valere solo sul suolo europeo, un gasdotto che rifornisce l’Europa va trattato allo stesso modo anche fuori dai confini europei. Quello che vale per Gazprom deve valere per l’Eni. Parlamento e Governo italiani all’epoca vietarono addirittura all’Autorità per l’energia di fare la tariffa pubblica per le 12 miglia di acque territoriali nel Canale di Sicilia! Sarebbe stato poco, ma qualche effetto lo avrebbe potuto avere a garanzia dei consumatori.

Poi sarebbe anche importante per gli algerini avere a che fare per tutta la parte di costi di trasporto etc. con un soggetto terzo, diverso dallo storico partner verticalmente integrato. Basterà ad aumentare e rendere più costanti le importazioni dall’Algeria? Con la quale tra l’altro nei prossimi tre anni andranno rinegoziati tutti i contratti pluriennali di approvvigionamento? Non si può dire, ma se queste cose non si faranno non si potrà nemmeno vedere se funzionano. In ogni caso certamente non peggiorerebbero la situazione.

È un’operazione in cui tutti hanno da guadagnare. Snam confermerebbe il ruolo di pivot della prossima rete europea unitaria dei gasdotti, aggiungendo al suo carnet un canale diretto dall’Algeria fino alla Gran Bretagna; l’Eni, che liberata dei gasdotti e della loro gestione avrebbe nuove risorse da investire nel core business, che non sono i tubi ma i giacimenti: trovarne di nuovi, produrre e vendere la materia prima (che sta dimostrando di saper fare benissimo). E anche i mercati finanziari lo saprebbero certamente riconoscere ad entrambe le società.

Che poi il potere di mercato che ti dà il controllo dei gasdotti è ormai residuale, per via dei bassi prezzi del gas e dalla concorrenza del GNL, con metaniere in navigazione pronte a scaricare a chiamata, ad esempio a Livorno o La Spezia. Quello nell’Adriatico lavora già al massimo e offre gas a buon prezzo, confermando la validità della concorrenza tra gasdotti e trasporto via nave.

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Diego Gavagnin

Consulente free lance per attività di comunicazione e sviluppo di progetti energetici. Dal 2013 tiene la rubrica di commento “Oltreilconfine”